Vittorio Alfieri – Bruto I

AL CHIARISSIMO E LIBERO UOMO

IL GENERALE WASHINGTON.

Il Solo nome del liberator dell’America può stare in fronte della tragedia del liberatore di Roma.
A voi, egregio e rarissimo cittadino, la intitolo io perciò; senza mentovare né una pure delle tante lodi a voi debite, che tutte oramai nel sol nominarvi ristrette esser reputo. Né questo mio brevissimo dire potrá a voi parere di adulazione contaminato; poiché non conoscendovi io di persona, e vivendo noi dall’immenso oceano disgiunti, niuna cosa pur troppo abbiamo comune fra noi, che l’amor della gloria.
Felice voi, che alla tanta vostra avete potuto dar base sublime ed eterna! l’amor della patria dimostrato coi fatti. Io, benché nato non libero, avendo pure abbandonato in tempo i miei Lari; e non per altra cagione, che per potere altamente scrivere di libertá; spero di avere almeno per tal via dimostrato quale avrebbe potuto essere il mio amor per la patria, se una verace me ne fosse in sorte toccata. In questo solo aspetto, io non mi credo indegno del tutto di mescere al vostro il mio nome.

Parigi, 31 Decembre 1788.

VITTORIO ALFIERI.

PERSONAGGI

BRUTO;
COLLATINO;
TITO;
TIBERIO;
MAMILIO;
Valerio;
Popolo;
Senatori;
Congiurati;
Littori.

Scena, il foro ini Roma

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

BRUTO, COLLATINO.

COLLATINO
Dove, deh! dove, a forza trarmi, o Bruto,
teco vuoi tu? Rendimi, or via, mel rendi
quel mio pugnal, che dell’amato sangue
gronda pur anco… Entro al mio petto…
BRUTO

Ah! pria
questo ferro, omai sacro, ad altri in petto
immergerassi, io ‘l giuro. – Agli occhi intanto
di Roma intera, in questo foro, è d’uopo
che intero scoppi e il tuo dolore immenso,
ed il furor mio giusto.
COLLATINO
Ah! no: sottrarmi
ad ogni vista io voglio. Al fero atroce
mio caso, è vano ogni sollievo: il ferro,
quel ferro sol fia del mio pianger fine.
BRUTO
Ampia vendetta, o Collatin, ti fora
sollievo pure: e tu l’avrai; tel giuro. –
O casto sangue d’innocente e forte
Romana donna, alto principio a Roma
oggi sarai.
COLLATINO
Deh! tanto io pur potessi
sperare ancora! universal vendetta
pria di morir…
BRUTO
Sperare? omai certezza
abbine. Il giorno, il sospirato istante
ecco al fin giunge: aver può corpo e vita
oggi al fin l’alto mio disegno antico.
Tu, d’infelice offeso sposo, or farti
puoi cittadin vendicator: tu stesso
benedirai questo innocente sangue:
e, se allor dare il tuo vorrai, fia almeno
non sparso indarno per la patria vera…
Patria, sí; cui creare oggi vuol teco,
o morir teco in tanta impresa Bruto.
COLLATINO
Oh! qual pronunzi sacrosanto nome?
Sol per la patria vera, alla svenata
moglie mia sopravvivere potrei.
BRUTO
Deh! vivi dunque; e in ciò con me ti adopra.
Un Dio m’ispira; ardir mi presta un Dio,
che in cor mi grida: «A Collatino, e a Bruto,
spetta il dar vita e libertade a Roma».
COLLATINO
Degna di Bruto, alta è tua speme: io vile
sarei, se la tradissi. O appien sottratta
la patria nostra dai Tarquinj iniqui,
abbia or da noi vita novella; o noi
(ma vendicati pria) cadiam con essa.
BRUTO
Liberi, o no, noi vendicati e grandi
cadremo omai. Tu ben udito forse
il giuramento orribil mio non hai;
quel ch’io fea nell’estrar dal palpitante
cor di Lucrezia il ferro, che ancor stringo.
Pel gran dolor tu sordo, mal l’udisti
in tua magion; qui rinnovarlo udrai
piú forte ancor, per bocca mia, di tutta
Roma al cospetto, e su l’estinto corpo
della infelice moglie tua. – Giá il foro,
col sol nascente, riempiendo vassi
di cittadini attoniti; giá corso
è per via di Valerio ai molti il grido
della orrenda catastrofe: ben altro
sará nei cor l’effetto, in veder morta
di propria man la giovin bella e casta.
Nel lor furor, quanto nel mio mi affido. –
Ma tu piú ch’uomo oggi esser dei: la vista
ritrar potrai dallo spettacol crudo;
ciò si concede al dolor tuo: ma pure
qui rimanerti dei: la immensa e muta
doglia tua, piú che il mio infiammato dire,
atta a destar compassionevol rabbia
fia nella plebe oppressa…
COLLATINO
Oh Bruto! il Dio
che parla in te, giá il mio dolore in alta
feroce ira cangiò. Gli estremi detti
di Lucrezia magnanima mi vanno
ripercotendo in piú terribil suono
l’orecchio e il core. Esser poss’io men forte
al vendicarla, che all’uccidersi ella?
Nel sangue solo dei Tarquinj infami
lavar poss’io la macchia anco del nome,
cui comune ho con essi.
BRUTO
Ah! nasco io pure
dell’impuro tirannico lor sangue:
ma, il vedrá Roma, ch’io di lei son figlio,
non della suora de’ Tarquinj: e quanto
di non romano sangue entro mie vene
trascorre ancor, tutto cangiarlo io giuro,
per la patria versandolo. – Ma, cresce
giá del popolo folla: eccone stuolo
venir ver noi: di favellare è il tempo.

SCENA SECONDA

BRUTO, COLLATINO, POPOLO.
BRUTO
Romani, a me: Romani, assai gran cose
narrar vi deggio; a me venite.
POPOLO
O Bruto,
e fia pur ver, quel che si udí?…
BRUTO
Mirate:
questo è il pugnal, caldo, fumante ancora
dell’innocente sangue di pudica
Romana donna, di sua man svenata.
Ecco il marito suo; piange egli, e tace,
e freme. Ei vive ancor, ma di vendetta
vive soltanto, infin che a brani ei vegga
lacerato da voi quel Sesto infame,
violator, sacrilego, tiranno.
E vivo io pur; ma fino al dí soltanto,
che dei Tarquinj tutti appien disgombra
Roma libera io vegga.
POPOLO
Oh non piú intesa
dolorosa catastrofe!…
BRUTO
Voi tutti,
carchi di pianto e di stupor le ciglia,
su l’infelice sposo immoti io veggo!
Romani, sí miratelo; scolpita
mirate in lui, padri, e fratelli, e sposi,
la infamia vostra. A tal ridotto, ei darsi
morte or non debbe; e invendicato pure
viver non può… Ma intempestivo, e vano,
lo stupor cessi, e il pianto. – In me, Romani,
volgete in me pien di ferocia il guardo:
dagli occhi miei di libertade ardenti
favilla alcuna, che di lei v’infiammi,
forse (o ch’io spero) scintillar farovvi.
Giunio Bruto son io; quei, che gran tempo
stolto credeste, perch’io tal m’infinsi:
e tal m’infinsi, infra i tiranni ognora
servo vivendo, per sottrarre a un tratto
la patria, e me, dai lor feroci artigli.
Il giorno al fin, l’ora assegnata all’alto
disegno mio dai Numi, eccola, è giunta.
Giá di servi (che il foste) uomini farvi,
sta in voi, da questo punto. Io, per me, chieggo
sol di morir per voi; pur ch’io primiero
libero muoja, e cittadino in Roma.
POPOLO
Oh! che udiam noi? Qual maestá, qual forza
hanno i suoi detti!… Oh ciel! ma inermi siamo;
come affrontare i rei tiranni armati?…
BRUTO
Inermi voi? che dite? E che? voi dunque
sí mal voi stessi conoscete? In petto
stava a voi giá l’odio verace e giusto
contro agli empj Tarquinj: or or l’acerbo
ultimo orribil doloroso esemplo
della lor cruda illimitata possa,
tratto verravvi innanzi agli occhi. Al vostro
alto furor fia sprone, e scorta, e capo
oggi il furor di Collatino, e il mio.
Liberi farvi è il pensier vostro; e inermi
voi vi tenete? e riputate armati
i tiranni? qual forza hanno, qual’armi?
Romana forza, armi romane. Or, quale,
qual fia il Roman, che pria morir non voglia,
pria che in Roma o nel campo arme vestirsi
per gli oppressor di Roma? – Al campo è giunto,
tutto asperso del sangue della figlia,
Lucrezio omai, per mio consiglio; in questo
punto istesso giá visto e udito l’hanno
gli assediator d’Ardéa nemica: e al certo,
in vederlo, in udirlo, o l’armi han volte
ne’ rei tiranni, o abbandonate almeno
lor empie insegne, a noi difender ratti
volano giá. Voi, cittadini, ad altri
ceder forse l’onor dell’armi prime
contra i tiranni, assentirestel voi?
POPOLO
Oh, di qual giusto alto furor tu infiammi
i nostri petti! – E che temiam, se tutti
vogliam lo stesso?
COLLATINO
Il nobil vostro sdegno,
l’impaziente fremer vostro, a vita
me richiamano appieno. Io, nulla dirvi
posso,… che il pianto… la voce… mi toglie…
Ma, per me parli il mio romano brando;
lo snudo io primo; e la guaína a terra
io ne scaglio per sempre. Ai re nel petto
giuro immergerti, o brando, o a me nel petto.
Primi a seguirmi, o voi, mariti e padri…
Ma, qual spettacol veggio!…(1)
POPOLO
Oh vista atroce!
Della svenata donna, ecco nel foro…
BRUTO
Sí, Romani; affissate, (ove pur forza
sia tanta in voi) nella svenata donna
gli occhi affissate. Il muto egregio corpo,
la generosa orribil piaga, il puro
sacro suo sangue, ah! tutto grida a noi:
«Oggi, o tornarvi in libertade, o morti
cader dovrete. Altro non resta».
POPOLO
Ah! tutti
liberi, sí, sarem noi tutti, o morti.
BRUTO
Bruto udite voi dunque. – In su l’esangue
alta innocente donna, il ferro stesso,
cui trasse ei giá dal morente suo fianco,
innalza or Bruto; e a Roma tutta ei giura
ciò ch’ei giurò giá pria sul moribondo
suo corpo stesso. – Infin che spada io cingo,
finché respiro io l’aure, in Roma il piede
mai non porrá Tarquinjo nullo; io ‘l giuro:
né di re mai l’abbominevol nome
null’uom piú avrá, né la possanza. – I Numi
lo inceneriscan qui, s’alto e verace
non è di Bruto il cuore. – Io giuro inoltre,
di far liberi, uguali, e cittadini,
quanti son or gli abitatori in Roma;
io cittadino, e nulla piú: le leggi
sole avran regno, e obbedirolle io primo.
POPOLO
Le leggi, sí; le sole leggi; ad una
voce noi tutti anco il giuriamo. E peggio
ne avvenga a noi, che a Collatin, se siamo
spergiuri mai.
BRUTO
Veri romani accenti
questi son, questi. Al sol concorde e intero
vostro voler, tirannide e tiranni,
tutto cessò. Nulla, per ora, è d’uopo,
che chiuder lor della cittá le porte;
poiché fortuna a noi propizia esclusi
gli ebbe da Roma pria.
POPOLO
Ma intanto, voi
consoli e padri ne sarete a un tempo.
Il senno voi, noi presteremvi il braccio,
il ferro, il core…
BRUTO
Al vostro augusto e sacro
cospetto, noi d’ogni alta causa sempre
deliberar vogliamo: esser non puovvi
nulla di ascoso a un popol re. Ma, è giusto,
che d’ogni cosa a parte entrin pur anco
e il senato, e i patrizj. Al nuovo grido
non son qui accorsi tutti: assai (pur troppo!)
il ferreo scettro ha infuso in lor terrore:
or di bell’opre alla sublime gara
gli appellerete voi. Qui dunque, in breve,
plebe e patrizj aduneremci: e data
fia stabil base a libertá per noi.

POPOLO
Il primo dí che vivrem noi, fia questo.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

BRUTO, TITO.

TITO

Come imponevi, ebber l’invito, o padre,
tutti i patrizj per consesso augusto.
Giá l’ora quarta appressa; intera Roma
tosto a’ tuoi cenni avrai. Mi cape appena
entro la mente attonita il vederti
signor di Roma quasi…
BRUTO
Di me stesso
signor me vedi, e non di Roma, o Tito:
né alcun signor mai piú saravvi in Roma.
Io lo giurai per essa: io che finora
vil servo fui. Tal mi vedeste, o figli,
mentre coi figli del tiranno in corte
io v’educava a servitú. Tremante
padre avvilito, a libertá nudrirvi
io nol potea: cagione indi voi siete,
voi la cagion piú cara, ond’io mi abbelli
dell’acquistata libertá. Gli esempli
liberi e forti miei, scorta e virtude
saranvi omai, piú che il servir mio prisco
non vel fosse a viltá. Contento io muoio
per la patria quel dí che in Roma io lascio
fra cittadini liberi i miei figli.
TITO
Padre, all’alto tuo cor, che a noi pur sempre
tralucea, non minor campo era d’uopo
di quel che immenso la fortuna or t’apre.
Deh possiam noi nella tua forte impresa
giovarti! Ma, gli ostacoli son molti,
e terribili sono. È per se stessa
mobil cosa la plebe: oh quanti aiuti
ai Tarquinj ancor restano!…
BRUTO
Se nullo
ostacol piú non rimanesse, impresa
lieve fora, e di Bruto indi non degna:
ma, se Bruto gli ostacoli temesse,
degno non fora ei di compirla. – Al fero
immutabil del padre alto proposto,
tu il giovenile tuo bollore accoppia;
cosí di Bruto, e in un di Roma figlio,
Tito sarai. – Ma il tuo german si affretta…
Udiam quai nuove ei reca.

SCENA SECONDA

TIBERIO, BRUTO, TITO

TIBERIO
Amato padre,
mai non potea nel foro in miglior punto
incontrarti. Di gioja ebro mi vedi:
te ricercava. – Ansante io son, pel troppo
ratto venir: da non mai pria sentiti
moti agitato, palpitante, io sono.
Visti ho dappresso i rei Tarquinj or ora;
e non tremai…
TITO
Che fu?
BRUTO
Dove?…
TIBERIO
Convinto
con gli occhi miei mi son, ch’egli è il tiranno
l’uom fra tutti il minore. Il re superbo,
coll’infame suo Sesto, udita appena
Roma sommossa, abbandonava il campo;
e a sciolto fren ver la cittá correa
con stuolo eletto: e giunti eran giá quivi
presso alla porta Carmentale…
TITO
Appunto
v’eri tu a guardia.
TIBERIO
Oh me felice! io ‘l brando
contro ai tiranni, io lo snudai primiero. –
Munita e chiusa la ferrata porta
sta: per difesa, alla esterior sua parte,
io con venti Romani, in sella tutti,
ci aggiriamo vegliando. Ecco il drappello,
doppio del nostro almen, ver noi si addrizza,
con grida, urli, e minacce. Udir, vederli,
ravvisargli, e co’ ferri a loro addosso
scagliarci, è un solo istante. Altro è l’ardire,
altra è la rabbia in noi: tiranni a schiavi
credean venir; ma libertade e morte
ritrovan ei de’ nostri brandi in punta.
Dieci e piú giá, morti ne abbiamo; il tergo
dan gli altri in fuga, ed è il tiranno il primo.
Gl’incalziamo gran tempo; invano; han l’ali.
Io riedo allora all’affidata porta;
e, caldo ancor della vittoria, ratto
a narrartela vengo.
BRUTO
Ancor che lieve,
esser de’ pur di lieto augurio a Roma
tal principio di guerra. Avervi io parte
voluto avrei; che nulla al pari io bramo,
che di star loro a fronte. Oh! che non posso
e in foro, e in campo, e lingua, e senno, e brando,
tutto adoprare a un tempo? Ma, ben posso,
con tai figli, adempir piú parti in una.
TIBERIO
Altro a dirti mi resta. Allor che in fuga
ebbi posti quei vili, io, nel tornarne
verso le mura, il suon da tergo udiva
di destrier che correa su l’orme nostre;
volgomi addietro, ed ecco a noi venirne
del tirannico stuolo un uom soletto:
nuda ei la destra innalza; inerme ha il fianco;
tien con la manca un ramoscel d’olivo,
e grida, e accenna: io mi soffermo, ei giunge;
e in umil suon, messo di pace, ei chiede
l’ingresso in Roma. A propor patti e scuse
viene a Bruto, e al senato…
BRUTO
Al popol, dici:
che, o nulla è Bruto; o egli è del popol parte.
Ed era il messo?…
TIBERIO
Egli è Mamilio: io ‘l fea
ben da’ miei custodir fuor della porta;
quindi a saper che far sen debba io venni.
BRUTO
Giunge in punto costui. Non piú opportuno,
né piú solenne il dí potea mai scerre
per presentarsi de’ tiranni il messo.
Vanne; riedi alla porta, il cerca, e teco
tosto lo adduci. Ei parlerá, se l’osa,
a Roma tutta in faccia: e udrá risposta
degna di Roma, io spero.
TIBERIO
A lui men volo.

SCENA TERZA

BRUTO, TITO

BRUTO
Tu, vanne intanto ai senatori incontro;
fa che nel foro il piú eminente loco
a lor dia seggio. Ecco, giá cresce in folla
plebe; e assai de’ senator pur veggo;
vanne; affrettati, o Tito.

SCENA QUARTA

BRUTO, POPOLO, SENATORI E PATRIZJ,
che si van collocando nel foro

BRUTO
– O tu, sovrano
scrutator dei piú ascosi umani affetti;
tu che il mio cor vedi ed infiammi; o Giove,
massimo, eterno protettor di Roma;
prestami, or deh! mente e linguaggio e spirti
alla gran causa eguali… Ah! sí, il farai;
s’egli è pur ver, che me stromento hai scelto
a libertá, vero e primier tuo dono.

SCENA QUINTA

BRUTO, salito in ringhiera, VALERIO, TITO
POPOLO, SENATORI, PATRIZJ.

BRUTO
A tutti voi, concittadini, io vengo
a dar dell’opre mie conto severo.
Ad una voce mi assumeste or dianzi
con Collatino a dignitá novella
del tutto in Roma: ed i littori, e i fasci,
e le scuri (fra voi giá regie insegne)
all’annual nostro elettivo incarco
attribuir vi piacque. In me non entra
per ciò di stolta ambizione il tarlo:
d’onori, no, (benché sien veri i vostri)
ebro non son: di libertade io ‘l sono;
di amor per Roma; e d’implacabil fero
abborrimento pe’ Tarquinj eterno.
Sol mio pregio fia questo; e ognun di voi
me pur soverchi in tale gara eccelsa;
ch’altro non bramo.
POPOLO
Il dignitoso e forte
tuo aspetto, o Bruto, e il favellar tuo franco,
tutto, sí, tutto in te ci annuncia il padre
dei Romani, e di Roma.
BRUTO
O figli, dunque;
veri miei figli, (poiché a voi pur piace
onorar me di un tanto nome) io spero
mostrarvi in breve, ed a non dubbie prove,
ch’oltre ogni cosa, oltre a me stesso, io v’amo. –
Con molti prodi il mio collega in armi
uscito è giá della cittade a campo,
per incontrar, e in securtá raccorre
quei che a ragion diserte han le bandiere
degli oppressori inique. Io tutti voi,
plebe, e patrizj, e cavalieri, e padri,
nel foro aduno; perché a tutti innanzi
trattar di tutti la gran causa io stimo.
Tanta è parte or di Roma ogni uom romano,
che nulla escluder dal consesso il puote,
se non l’oprar suo reo. – Patrizj illustri;
voi, pochi omai dal fero brando illesi
del re tiranno; e voi, di loro il fiore,
senatori; adunarvi infra una plebe
libera e giusta sdegnereste or forse?
Ah! no: troppo alti siete. Intorno intorno,
per quanto io giri intenti gli occhi, io veggo
Romani tutti; e nullo havvene indegno,
poiché fra noi re piú non havvi. – Il labro
a noi tremanti e mal sicuri han chiuso
finora i re: né rimaneaci scampo:
o infami farci, assenso dando infame
alle inique lor leggi; o noi primieri
cader dell’ira lor vittime infauste,
se in voi l’ardir di opporci invan, sorgea.
VALERIO

Bruto, il vero tu narri. – A Roma io parlo
dei senatori in nome. – È ver, pur troppo!
Noi da gran tempo a invidíar ridotti
ogni piú oscuro cittadino; astretti
a dispregiar, piú ch’ogni reo, noi stessi;
che piú? sforzati, oltre il comune incarco
di servitú gravissimo, a tor parte
della infamia tirannica; ci femmo
minori assai noi della plebe; e il fummo:
né innocente parere al popol debbe
alcun di noi, tranne gli uccisi tanti
dalla regia empia scure. Altro non resta
oggi a noi dunque, che alla nobil plebe
riunir fidi il voler nostro intero;
né omai tentar di soverchiarla in altro,
che nell’odio dei re. Sublime, eterna
base di Roma, fia quest’odio sacro.
Noi dunque, noi, per gl’infernali Numi,
sul sangue nostro e quel dei figli nostri,
tutti il giuriam ferocemente, a un grido.
POPOLO
Oh grandi! Oh forti! Oh degni voi soltanto
di soverchiarci omai! La nobil gara
accettiam di virtú. Non che gl’iniqui
espulsi re, (da lor viltá giá vinti)
qual popol, quale, imprenderia far fronte
a noi Romani e cittadini a prova?
BRUTO
Divina gara! sovrumani accenti!…
Contento io moro: io, qual Romano il debbe,
ho parlato una volta; ed ho con questi
orecchi miei pure una volta udito
Romani sensi. – Or, poiché Roma in noi
per la difesa sua tutta si affida
fuor delle mura esco a momenti io pure;
e a voi giorno per giorno darem conto
d’ogni nostr’opra, o il mio collega, od io;
finché, deposte l’armi, in piena pace
darete voi stabil governo a Roma.
POPOLO
Romper, disfar, spegner del tutto in pria
tiranni fa d’uopo.
BRUTO
A ciò sarovvi,
ed a null’altro, io capo. – Udir vi piaccia
un loro messo brevemente intanto:
in nome lor di favellarvi ei chiede.
Il credereste voi? Tarquinjo, e seco
l’infame Sesto, ed altri pochi, or dianzi
fin presso a Roma a spron battuto ardiro
spingersi; quasi a un gregge vil venirne
stimando; ahi stolti! Ma, delusi assai
ne furo; a me l’onor dell’armi prime
furò Tiberio, il figliuol mio. Ne andaro
gl’iniqui a volo in fuga; all’arte quindi
dalla forza scendendo, osan mandarvi
ambasciator Mamilio. I patti indegni
piacevi udir quai sieno?
POPOLO
Altro non havvi
patto fra noi, che il morir loro, o il nostro.
BRUTO
Ciò dunque egli oda, e il riferisca.
POPOLO
A noi
venga su dunque il servo nunzio; i sensi
oda ei di Roma, e a chi l’invia li narri.

SCENA SESTA

BRUTO, TITO, TIBERIO, MAMILIO. VALERIO,
POPOLO, SENATORI E PATRIZJ.

BRUTO
Vieni, Mamilio, inoltrati; rimira
quanto intorno ti sta. Cresciuto in corte
de’ Tarquinj, tu Roma non hai visto:
mirala; è questa. Eccola intera, e in atto
di ascoltarti. Favella.
MAMILIO
… Assai gran cose
dirti, o Bruto, dovrei: ma, in questo immenso
consesso,… esporre… all’improvviso…
BRUTO
Ad alta
voce favella; e non a me. Sublime
annunziator di regj cenni, ai padri,
alla plebe gli esponi: in un con gli altri,
Bruto anch’egli ti ascolta.
POPOLO
A tutti parla;
e udrai di tutti la risposta, in brevi
detti, per bocca del gran consol Bruto.
Vero interprete nostro egli è, sol degno
di appalesar nostr’alme. Or via, favella;
e sia breve il tuo dire: aperto e intero
sará il risponder nostro.
BRUTO
Udisti?
MAMILIO
Io tremo.
– Tarquinjo re…
POPOLO
Di Roma no.
MAMILIO
– Di Roma
Tarquinjo amico, e padre…
POPOLO
Egli è di Sesto
l’infame padre, e non di noi…
BRUTO
Vi piaccia,
quai che sian i suoi detti, udirlo in pieno
dignitoso silenzio.
MAMILIO
– A voi pur dianzi
venía Tarquinjo, al primo udir che Roma
tumultuava; e inerme, e solo ei quasi,
securo appien nella innocenza sua,
e nella vostra lealtá, veniva:
ma il respingeano l’armi. Indi ei m’invia
messaggero di pace; e per me chiede,
qual è il delitto, onde appo voi sí reo,
a perder abbia oggi ei di Roma il trono
a lui da voi concesso…
POPOLO
Oh rabbia! Oh ardire!
Spenta è Lucrezia, e del delitto ei chiede?…
MAMILIO
Fu Sesto il reo, non egli…
TIBERIO
E Sesto, al fianco
del padre, anch’ei veniva or dianzi in Roma:
e se con lui volto non era in fuga,
voi qui vedreste.
POPOLO
Ah! perché in Roma il passo
lor si vietò? giá in mille brani e in mille
fatti entrambi gli avremmo.
MAMILIO
– È ver, col padre
Sesto anco v’era: ma Tarquinjo stesso,
piú re che padre, il suo figliuol traea,
per sottoporlo alla dovuta pena.
BRUTO
Menzogna è questa, e temeraria, e vile;
e me pur, mal mio grado, a furor tragge.
Se, per serbarsi il seggio, il padre iniquo
svenar lasciasse anco il suo proprio figlio,
forse il vorremmo noi? La uccisa donna
ha posto, è vero, al soffrir nostro il colmo:
ma, senz’essa, delitti altri a migliaja
mancano al padre, ed alla madre, e a tutta
la impura schiatta di quel Sesto infame?
Servio, l’ottimo re, suocero e padre,
dal scelerato genero è trafitto;
Tullia, orribile mostro, al soglio ascende
calpestando il cadavero recente
dell’ucciso suo padre: il regnar loro
intesto è poi di oppressioni e sangue;
senatori e i cittadin svenati;
spogliati appieno i non uccisi; tratto
dai servigi di Marte generosi,
(a cui sol nasce il roman popol prode)
tratto a cavar vilmente e ad erger sassi,
che rimarranno monumento eterno
del regio orgoglio e del di lui servaggio:
ed altre, ed altre iniquitá lor tante:…
quando mai fin, quando al mio dir porrei,
se ad uno ad uno annoverar volessi
de’ Tarquinj i misfatti? Ultimo egli era,
Lucrezia uccisa; e oltr’esso omai non varca,
né la loro empietá, né il soffrir nostro.
POPOLO
L’ultimo è questo; ah! Roma tutta il giura…
VALERIO
Il giuriam tutti: morti cadrem tutti,
pria che in Roma Tarquinjo empio mai rieda.
BRUTO
– Mamilio, e che? muto, e confuso stai?
Ben la risposta antiveder potevi.
Vanne; recala or dunque al signor tuo,
poich’esser servo all’esser uom preponi.
MAMILIO
– Ragioni molte addur potrei;… ma, niuna…
POPOLO
No; fra un popolo oppresso e un re tiranno,
ragion non havvi, altra che l’armi. In trono,
pregno ei d’orgoglio e crudeltade, udiva,
udiva ei forse allor ragioni, o preghi?
Non rideva egli allor del pianger nostro?
MAMILIO
– Dunque, omai piú felici altri vi faccia
con miglior regno. – Ogni mio dire in una
sola domanda io stringo. – Assai tesori
Tarquinjo ha in Roma; e son ben suoi: fia giusto,
ch’oltre l’onore, oltre la patria e il seggio,
gli si tolgan gli averi?
POPOLO
– A ciò risponda
Bruto per noi.
BRUTO
Non vien la patria tolta
dai Romani a Tarquinjo: i re non hanno
patria mai; né la mertano: e costoro
di roman sangue non fur mai, né il sono.
L’onor loro a se stessi han da gran tempo
tolto essi giá. Spento è per sempre in Roma
e il regno, e il re, dal voler nostro; il seggio
preda alle fiamme, e in cener vil ridotto;
né di lui traccia pure omai piú resta.
In parte è ver, che i loro avi stranieri
seco in Roma arrecar tesori infami,
che, sparsi ad arte, ammorbatori in pria
fur dei semplici nostri almi costumi;
tolti eran poscia, e si accrescean col nostro
sudore e sangue: onde i Romani a dritto
ben potrian ripigliarseli. – Ma, Roma
degni ne stima oggi i Tarquinj soli;
e a lor li dona interi.
POPOLO
Oh cor sublime!
Un Nume, il genio tutelar di Roma
favella in Bruto. Il suo voler si adempia…
Abbia Tarquinjo i rei tesori…
BRUTO
Ed esca
coll’oro il vizio, e ogni regal lordura. -,
Vanne Mamilio; i loro averi aduna,
quanto piú a fretta il puoi: custodi e scorta
a ciò ti fian miei figli. Ite voi seco.

SCENA SETTIMA

BRUTO, POPOLO, VALERIO, SENATORI PATRIZJ.

BRUTO
Abbandonare, o cittadini, il foro
dovriasi, parmi; e uscire in armi a campo.
Vediam, vediam, s’altra risposta forse
chiederci ardisce or di Tarquinjo il brando.
POPOLO
Ecco i tuoi scelti, a tutto presti, o Bruto.
BRUTO
Andiam, su dunque, alla vittoria, o a morte.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

TIBERIO, MAMILIO.

TIBERIO
Vieni, Mamilio, obbedir deggio al padre:
espressamente or or mandommi un messo,
che ciò m’impone: al tramontar del sole
fuori esser dei di Roma.
MAMILIO
Oh! come ardisce
ei rivocar ciò che con Roma intera
mi concedea stamane ei stesso?…
TIBERIO
Il solo
qui rimanerti a te si toglie: in breve
ti seguiran fuor delle porte i chiesti
e accordati tesori. Andiam…
MAMILIO
Che deggio
dunque recare all’infelice Aronte
in nome tuo?
TIBERIO
Dirai,… ch’ei sol non merta
di nascer figlio di Tarquinjo; e ch’io,
memore ancor dell’amistade nostra,
sento del suo destin pietá non poca.
Nulla per lui poss’io…
MAMILIO
Per te, puoi molto.
TIBERIO
Che dir vuoi tu?
MAMILIO
Che, se pietade ancora
l’ingresso ottiene entro al tuo giovin petto,
dei di te stesso, e in un de’ tuoi, sentirla.
TIBERIO
Che parli?
MAMILIO
A te può la pietá d’Aronte
giovare, (e in breve) piú che a lui la tua.
Bollente or tu di libertá, non vedi
né perigli, né ostacoli; ma puoi
creder tu forse, che a sussister abbia
questo novello, e neppur nato appieno,
mero ideale popolar governo?
TIBERIO
Che libertade a te impossibil paia,
poiché tu servi, io ‘l credo. Ma, di Roma
il concorde voler…
MAMILIO
Di un’altra Roma
ho il voler poscia udito: io te compiango;
te, che col padre al precipizio corri. –
Ma, Tito vien su l’orme nostre. Ah! forse,
meglio di me, potrá il fratel tuo stesso
il dubbio stato delle cose esporti.

SCENA SECONDA

TITO, MAMILIO, TIBERIO.

TITO
Te rintracciando andava; io favellarti…
TIBERIO
Per or nol posso.
MAMILIO
Immantinente trarmi
ei fuor di Roma debbe: uno assoluto
comando il vuol del vostro padre. – Oh quanto
di voi mi duole, o giovinetti!…
TIBERIO
Andiamo,
andiam frattanto. – Ad ascoltarti, o Tito,
or ora io riedo.
TITO
E che vuol dir costui?
MAMILIO
Andiam: narrarti io potrò forse in via
quanto il fratel dirti or volea.
TITO
T’arresta.
Saper da te…
MAMILIO
Piú che non sai, dirotti.
Tutto sta in me: da gran perigli io posso
scamparvi, io solo…
TIBERIO
Artificiosi detti
tu muovi…
TITO
E che sta in te?
MAMILIO
Tiberio, e Tito,
e Bruto vostro, e Collatino, e Roma.
TIBERIO
Folle, che parli?
TITO
Io so che la iniqua speme…
MAMILIO
Speme? certezza ell’è. Giá ferma e piena
a favor dei Tarquinj arde congiura:
né son gli Aquilj a congiurare i soli,
come tu il pensi, o Tito: Ottavj, e Marzj,
e cento e cento altri patrizj; e molti,
e i piú valenti, infra la plebe istessa…
TIBERIO
Oh ciel! che ascolto?…
TITO
È ver, pur troppo, in parte:
fero un bollor v’ha in Roma. A lungo, or dianzi,
presso gli Aquilj si adunò gran gente:
come amico e congiunto, alle lor case
mi appresentava io pure, e solo escluso
ne rimanea pur io. Grave sospetto
quindi in me nacque…
MAMILIO
Appo gli Aquilj io stava,
mentre escluso tu n’eri: è certa, è tale
la congiura, e sí forte, ch’io non temo
di svelarvela.
TIBERIO
Perfido…
TITO
Le vili
arti tue v’adoprasti…
MAMILIO
Udite, udite,
figli di Bruto, ciò che dirvi io voglio. –
S’arte mia fosse stata, ordir sí tosto
sí gran congiura, io non sarei per tanto
perfido mai. Per l’alta causa e giusta
di un legittimo re, tentati, e volti
a pentimento e ad equitade avrei
questi sudditi suoi da error compresi,
traviati dal ver; né mai sarebbe
perfidia ciò. Ma, né usurpar mi deggio,
né vo’, l’onor di cosa che arte nulla,
né fatica, costavami. Disciolto
dianzi era appena il popolar consesso,
ch’io di nascosto ricevea l’invito
al secreto consiglio. Ivi stupore
prendea me stesso, in veder tanti, e tali,
e sí bollenti difensori unirsi
degli espulsi Tarquinj: e a gara tutti
mi promettean piú assai, ch’io chieder loro
non mi fora attentato. Il solo Sesto
chiamavan tutti alla dovuta pena.
Ed è colpevol Sesto; e irato il padre
contr’esso è piú, che nol sia Roma; e intera
ne giurava ei vendetta. Io lor fea noto
questo pensier del re: gridano allora
tutti a una voce: «A lui riporre in trono
darem la vita noi». Fu questo il grido
della miglior, della piú nobil parte
di Roma. – Or voi, ben dal mio dir scorgete,
ch’arte in me non si annida: il tutto io svelo,
per voi salvar; e per salvare a un tempo,
ov’ei pur voglia, il vostro padre istesso.
TIBERIO
– Poiché giá tanto sai, serbarti in Roma
stimo il miglior, fino al tornar del padre.
Veggo or perché Bruto inviò sí ratto
il comando di espellerti; ma tardo
pur mi giungea…
TITO
Ben pensi: e ognor tu intanto
sovr’esso veglia. Il piú sicuro asilo
per custodir costui, la magion parmi
de’ Vitellj cugini: io fuor di Roma
volo, il ritorno ad affrettar del padre.
MAMILIO
Franco parlai, perché di cor gentile
io vi tenni; tradirmi ora vi piace?
Fatelo: e s’anco a Bruto piace il sacro
diritto infranger delle genti, il faccia
nella persona mia: ma giá tant’oltre
la cosa è omai, che, per nessun mio danno,
util toccarne a voi non può, né a Bruto.
Giá piú inoltrata è la congiura assai,
che nol pensate or voi, Bruto, e il collega,
e dell’infima plebe la vil feccia,
sono il sol nerbo che al ribelle ardire
omai rimane. Al genitor tu vanne,
Tito, se il vuoi; piú di tornar lo affretti,
piú il suo destin tu affretti. – E tu, me tosto
appo i Vitellj traggi: ivi securo,
piú assai che tu, fra lor starommi.
TIBERIO
Or quale
empio sospetto?…
MAMILIO
Di evidenza io parlo;
non di sospetto. Anco i Vitellj, i fidi
quattro germani della madre vostra;
essi, che a Bruto di amistade astretti
eran quanto di sangue, anch’essi or vonno
ripor Tarquinjo in seggio.
TITO
Oh ciel!…
TIBERIO
Menzogna
fia questa…
MAMILIO
Il foglio, ove i piú illustri nomi
di propria man dei congiurati stanno,
convincer puovvi? – Eccolo: ad uno ad uno
leggete or voi, sotto agli Aquilj appunto,
scritti i quattro lor nomi.
TIBERIO
Ahi vista!
TITO
Oh cielo!
che mai sará del padre?…
TIBERIO
Oh giorno! Oh Roma!…

MAMILIO
– Né, perch’io meco or questo foglio arrechi,
crediate voi che al mio partir sia annesso
della congiura l’esito. Un mio fido
nascoso messo è giá di Roma uscito;
giá il tutto è omai noto a Tarquinjo appieno.
Dalla vicina Etruria a lui giá molti
corrono in armi ad ajutarlo; il forte
re di Chiusi è per lui; Tarquinja, Veia,
Etruria tutta in somma, e Roma tutta;
tranne i consoli, e voi. Questo mio foglio
null’altro importa, che in favor dei nomi
la clemenza del re. Col foglio a un tempo
me date in man del genitore: a rivi
scorrer farete dei congiunti vostri
forse il sangue per or; ma, o tosto, o tardi,
a certa morte il genitor trarrete:
e il re fia ognor Tarquinjo poscia in Roma.
TITO
Ah! ch’io pur troppo antivedea per tempo
quant’ora ascolto. Al padre io ‘l dissi…
TIBERIO
A scabro
passo siam noi. Che far si dee? deh! parla…
TITO
Grave periglio al genitor sovrasta…
TIBERIO
E assai piú grave a Roma…
MAMILIO
Or via, che vale
il favellar segreto? O fuor di Roma
trar mi vogliate, o di catene avvinto
ritenermivi preso, a tutto io sono
presto omai: ma, se amor vero del padre,
e di Roma vi punge, e di voi stessi;
voi stessi, e il padre in un salvate, e Roma.
Ciò tutto è in voi.
TITO
Come?…
TIBERIO
Che speri?…
MAMILIO
Aggiunti
di propria mano i nomi vostri a questi,
fia salvo il tutto.
TIBERIO
Oh ciel! la patria, il padre
noi tradirem?…
MAMILIO
Tradiste e patria e padre,
e l’onor vostro, e i tutelari Numi,
allor che al re legittimo vi osaste
ribellar voi. Ma, se l’impresa a fine
vi avvenía di condurre, un frutto almeno
dal tradimento era per voi raccolto:
or che svanita è affatto, (ancor vel dico)
col piú persister voi trarrete, e invano,
la patria e il padre a fere stragi, e voi.
TITO
Ma dimmi; aggiunto ai tanti nomi il nostro,
a che ci mena? a che s’impegnan gli altri?
MAMILIO
A giuste cose. Ad ascoltar di bocca
propria del re le sue discolpe; a farvi
giudici voi, presente il re, del nuovo
misfatto orribil del suo figlio infame;
a vederlo punito; a ricomporre
sotto men duro freno in lustro e in pace
la patria vostra… Ah! sovra gli altri tutti,
liberatori della patria veri
nomar vi udrete; ove stromenti siate
voi d’amistade infra Tarquinjo e Bruto;
nodo, che sol porre or può in salvo Roma.
TITO
Certo, a ciò far noi pur potremmo…
TIBERIO
Ah! pensa…
Chi sa?… Forse altro…
TITO
E ch’altro a far ci resta?
Possente troppo è la congiura…
TIBERIO
Io d’anni
minor ti sono; in sí importante cosa
da te partirmi io non vorrei, né il posso:
troppo ognora ti amai: ma orribil sento
presagio al core…
TITO
Eppur, giá giá si appressa
la notte, e ancor coi loro prodi in Roma
né Collatin, né il padre, tornar veggio:
ito ai Tarquinj è di costui giá il messo:
stretti noi siam per ogni parte: almeno
per or ci è forza il re placare…
MAMILIO
È tarda
l’ora omai; risolvete: è vano il trarvi
da me in disparte. Ove in mio pro vogliate,
o (per piú vero dire) in util vostro
ove adoprarvi ora vogliate, il meglio
fia il piú tosto. Firmate; eccovi il foglio.
Me, di tai nomi ricco, uscir di Roma
tosto farete, affin che tosto in Roma
rieda la pace.
TITO
Il ciel ne attesto; ei legge
nel cor mio puro; ei sa, che a ciò mi sforza
solo il bene di tutti.
TIBERIO
Oh ciel! Che fai?…
TITO
Ecco il mio nome.
TIBERIO
– E sia, se il vuoi. – Firmato,
ecco, o Mamilio, il mio.
MAMILIO
Contento io parto.
TITO
Scortalo dunque tu; mentr’io…

SCENA TERZA

LITTORI, COLLATINO con numerosi soldati,
TITO, MAMILIO, TIBERIO.

COLLATINO
Che veggo?
Ancor Mamilio in Roma?
TIBERIO
Oh cielo!…
TITO
Oh vista!
Oh fero inciampo!
COLLATINO
E voi, cosí servaste
l’assoluto incalzante ordin del padre? –
Ma, donde tanto il turbamento in voi?
Perché ammutite? – Al ciel sia lode; in tempo
io giungo forse ancora. – Olá, littori,
Tito e Tiberio infra catene avvinti
sian tosto…
TITO
Deh! ci ascolta…
COLLATINO
In breve udravvi
Roma, e il console Bruto. Alla paterna
magion traete i due fratelli; e quivi
su lor vegliate.
TIBERIO
Ah Tito!

SCENA QUARTA

COLLATINO, MAMILIO, SOLDATI.

COLLATINO
E voi, costui
fuor delle porte accompagnate…
MAMILIO
Io venni
sotto pubblica fede…
COLLATINO
E invíolato,
sotto pubblica fé, che pur non merti,
ne andrai. – Quinto, mi ascolta.

SCENA QUINTA

COLLATINO.

COLLATINO
Oh ciel! qual fia
il fin di tante orribili sventure?… –
Ma, pria che giunga Bruto, a tutto intanto
qui provveder, con ferreo cor, m’è forza.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

LITTORI, BRUTO, SOLDATI.

BRUTO
Prodi Romani, assai per oggi abbiamo
combattuto per Roma. Ognun fra i suoi,
quanto riman della inoltrata notte,
può ricovrarsi placido. Se ardire
avrá il nemico di rivolger fronte
ver Roma ancor, ci adunerem di nuovo
a respingerlo noi.

SCENA SECONDA

COLLATINO, LITTORI, BRUTO, SOLDATI.

COLLATINO
Ben giungi, o Bruto.
Giá, del tuo non tornare ansio, veniva
io fuor di Roma ad incontrarti.
BRUTO
Io tardi
riedo, ma pieno di speranza e gioja.
I miei forti a gran pena entro alle mura
potea ritrarre; in aspra zuffa ardenti
stringeansi addosso ad un regal drappello,
che, al primo aspetto, di valor fea mostra.
Su le regie orme eran d’Ardéa venuti,
né il re sapean respinto: al fuggir forse
altra strada ei teneva. A noi fra mani
cadean costoro; e sbaragliati e rotti
eran giá tutti, uccisi in copia, e in fuga
cacciati gli altri, anzi che il sol cadesse.
Dal piú incalzarli poscia i miei rattenni,
per le giá sorte tenebre, a gran stento.
COLLATINO
Nella mia uscita avventurato anch’io
non poco fui. Per altra porta al piano,
il sai, scendeva io primo: a torme a torme,
pressoché tutto lo sbandato nostro
prode esercito, in sorte a me fu dato
d’incontrare; deserte avean l’insegne
in Ardéa del tiranno. Oh! quai di pura
gioja sublime alte feroci grida
mandano al ciel, nell’incontrarsi, i forti
cittadini e soldati!… Entro sue mura,
da me scortati, or gli ha raccolti Roma;
e veglian tutti in sua difesa a gara.
BRUTO
Scacciato, al certo, come al figlio imposi,
fu il traditor Mamilio. Andiam noi dunque
tutti a breve riposo; assai ben, parmi,
noi cel mercammo. Al sol novello, il foro
ci rivedrá; che d’alte cose a lungo
trattar col popol dessi.
COLLATINO
– Oh Bruto!… Alquanto
sospendi ancora. – Or, fa in disparte trarsi,
ma in armi stare i tuoi soldati: io deggio
a solo a sol qui favellarti.
BRUTO
E quale?…
COLLATINO
L’util di Roma il vuol; ten prego…
BRUTO
In armi
all’ingresso del foro, in doppia schiera,
voi, soldati, aspettatemi. – Líttori,
scostatevi d’alquanto.
COLLATINO
– Ah Bruto!… Il sonno,
ancorché breve, infra i tuoi Lari, in questa
orribil notte, il cercheresti indarno.
BRUTO
Che mai mi annunzj?… Oh cielo! onde turbato,
inquieto, sollecito,… tremante?…
COLLATINO
Tremante, sí, per Bruto io sto; per Roma;
per tutti noi. – Tu questa mane, o Bruto,
alla recente profonda mia piaga,
pietoso tu, porgevi almen ristoro
di speranza e vendetta: ed io (me lasso!)
debbo in premio a te fare, oh ciel!… ben altra
piaga nel core or farti debbo io stesso.
Deh! perché vissi io tanto?… Ahi sventurato
misero padre! or dei da un infelice
orbo marito udirti narrar cosa,
che punta mortalissima nel petto
saratti!… Eppur; né a te tacerla io deggio;…
né indugiartela posso.
BRUTO
Oimè!… mi fanno
rabbrividire i detti tuoi… Ma pure
peggior del danno è l’aspettarlo. Narra.
Finora io sempre in servitú vissuto,
per le piú care cose mie son uso
a tremar sempre. Ogni sventura mia,
purché Roma sia libera del tutto,
udir poss’io: favella.
COLLATINO
In te (pur troppo!)
in te sta il far libera Roma appieno;
ma a tal costo, che quasi… Oh giorno!… Io prima,
a duro prezzo occasione io diedi
all’alta impresa; a trarla a fine, oh cielo!…
forza è che Bruto a Roma tutta appresti
un inaudito, crudo, orrido esemplo
di spietata fortezza. – Infra i tuoi Lari,
(il crederesti?) in securtá non stai.
Fera, possente, numerosa, bolle
una congiura in Roma.
BRUTO
Io giá ‘l sospetto
n’ebbi, in udir del rio Mamilio i caldi
raggiri; e quindi ordine espresso a fretta,
pria di nona, a Tiberio ebbi spedito,
di farlo uscir tosto di Roma.
COLLATINO
Il sole
giungea giá quasi d’occidente al balzo,
quand’io qui ancor con i tuoi figli entrambi
ritrovava Mamilio. – Il dirtel duolmi;
ma vero è pur; male obbedito fosti.
BRUTO
Oh! qual desti in me sdegno a terror misto?…
COLLATINO
Misero Bruto!… Or che sará, quand’io
ti esporrò la congiura?… e quando il nome
dei congiurati udrai?… Primi, fra molti
de’ piú stretti congiunti e amici tuoi,
anima son del tradimento, e parte,
primi i Vitellj stessi…
BRUTO
Oimè! i germani
della consorte mia?…
COLLATINO
Chi sa, se anch’essa
da lor sedotta or contra te non sia?
E,… gli stessi… tuoi figli?…
BRUTO
Oh ciel! Che ascolto?
Mi agghiacci il sangue entro ogni vena… I figli
miei, traditori?… Ah! no, nol credo…
COLLATINO
Oh Bruto!…
Cosí non fosse! – Ed io neppure il volli
creder da prima: agli occhi miei fu poscia
forza (oimè!) ch’io ‘l credessi. – È questo un foglio
fatal per noi: leggilo.
BRUTO
… Il cor mi trema.
Che miro io qui? di propria man vergati
nomi su nomi: e son gli Aquilj i primi,
indi i Vitellj tutti; e i Marzi; ed altri;
ed altri; e in fin… Tito! Tiberio!… Ah! basta…
Non piú;… troppo vid’io. – Misero Bruto!…
Padre ormai piú non sei… – Ma, ancor di Roma
consol non men che cittadin, tu sei. –
Littori, olá, Tito e Tiberio tosto
guidinsi avanti al mio cospetto.
COLLATINO
Ah! meglio,
meglio era, o Bruto, che morir me solo
lasciassi tu…
BRUTO
Ma come in man ti cadde
questo terribil foglio?
COLLATINO
Io stesso il vidi,
bench’ei ratto il celasse, in mano io ‘l vidi
del traditor Mamilio: il feci io quindi
torre a lui nell’espellerlo di Roma.
A fida guardia in tua magion commessi
ebbi intanto i tuoi figli; a ogni altra cosa
ebbi a un tratto provvisto: a vuoto, io spero,
tutti cadranno i tradimenti. In tempo
n’ebbi io l’avviso; e fu pietade al certo
di Giove, somma, che scoperto volle
un sí orribile arcano a me non padre.
Io, palpitando, e piangendo, a te il narro:
ma forza è pur, che te lo sveli io pria,
che in tua magion tu il piede…
BRUTO
Altra magione
piú non rimane all’infelice Bruto,
fuorché il foro, e la tomba. – È dover mio,
dar vita a Roma, anzi che a Bruto morte.
COLLATINO
Mi squarci il core. Il tuo dolor mi toglie
quasi il senso del mio… Ma, chi sa?… forse,
scolpar si ponno i figli tuoi… Gli udrai…
Io, fuorché a te, né pur parola ho fatto
finor della congiura: ogni piú saldo
mezzo adoprai, per impedir soltanto
ch’uom non si muova in questa notte: all’alba
convocato ho nel foro il popol tutto…
BRUTO
E il popol tutto, alla sorgente aurora,
il vero appien, qual ch’esser possa, e il solo
vero saprá, per bocca mia.
COLLATINO
Giá i passi
dei giovinetti miseri…
BRUTO
I miei figli!…
Tali stamane io li credea; nemici
or mi son fatti, e traditori a Roma?…

SCENA TERZA

TITO, TIBERIO FRA LITTORI, BRUTO, COLLATINO.

BRUTO
In disparte ognun traggasi: voi soli
inoltratevi.
TITO
Ah padre!…
BRUTO
Il consol io
di Roma sono. – Io chieggo a voi, se siete
cittadini di Roma.
TIBERIO
Il siamo; e figli
ancor di Bruto…
TITO
E il proverem, se udirci
il consol degna.
COLLATINO
Ai loro detti, agli atti,
sento il cor lacerarmi.
BRUTO
– Un foglio è questo,
che ai proscritti Tarquinj riportava
il reo Mamilio. Oltre molti altri, i vostri
nomi vi stan, di vostro proprio pugno.
Voi, traditori della patria dunque
siete, non piú di Bruto figli omai;
figli voi de’ tiranni infami siete.
TITO
Vero è (pur troppo!) ivi sott’altri molti
illustri nomi, il mio v’aggiunsi io primo;
e, strascinato dal mio esempio poscia,
firmò il fratello. Ei non è reo: la pena,
sia qual si vuol, soltanto a me si debbe.
Mi sconsigliava ei sempre…
TIBERIO
Eppur, non seppi
io mai proporti altro consiglio: e d’uopo
salvar pur n’era il giá tradito padre,
ad ogni costo. Al falso il ver commisto
avea sí ben Mamilio, che noi presi
dall’arti sue, da tutti abbandonato
credendo il padre, a lui tradir noi stessi
sforzati, noi, dal troppo amarlo fummo.
Ah! se delitto è il nostro, al par siam degni
noi d’ogni grave pena: ma la sola
che noi temiamo, e che insoffribil fora,
(l’odio paterno) il ciel ne attesto, e giuro,
che niun di noi la merta.
BRUTO
Oh rabbia! e in seggio
riporre il re, voi, con quest’altri infami,
pur prometteste?
TITO
Io, col firmar, sperava
render Tarquinjo a te piú mite…
BRUTO
A Bruto?
Mite a Bruto Tarquinjo? – E s’anco il fosse;
perfido tu, tradir la patria mai
dovevi tu per me? Voi forse, or dianzi,
voi non giuraste morir meco entrambi,
pria ch’a niun re mai piú sopporci noi?
TITO
Nol niego io, no…
BRUTO
Spergiuri sete or dunque,
e traditori… In questo foglio a un tempo
firmato avete il morir vostro;… e il mio!…
TIBERIO
Tu piangi, o padre?… Ah! se del padre il pianto,
sovra il ciglio del giudice severo,
attesta almen, che noi del tutto indegni
di tua pietá non siam, per Roma lieti
morremo noi.
TITO
Ma, benché reo, non era
né vil, né iniquo Tito…
BRUTO
Oh figli! oh figli!…
– Che dico io figli? il disonor mio primo
voi siete, e il solo. Una sprezzabil vita,
voi, voi serbarla al padre vostro, a costo
della sua gloria e libertá? ridurmi
a doppiamente viver con voi servo,
allor che stava in vostra man di andarne
liberi meco a generosa morte?
E, a trarre a fin sí sozza impresa, farvi
della patria nascente traditori?
Sordi all’onor, spergiuri ai Numi? – E s’anco
foss’io pur stato oggi da Roma intera
tradito; e s’anco, a esempio vostro, io sceso
fossi a implorar clemenza dal tiranno;
ahi stolti voi! piú ancor che iniqui, stolti!
creder poteste mai, che in cor d’espulso
vile tiranno, altro allignar potesse,
che fera sete di vendetta e sangue?
A morte certa, e lunga, e obbrobríosa,
voi, per salvarlo, or serbavate il padre.
TITO
Timor, nol niego, in legger tanti e tanti
possenti nomi entro quel foglio, il petto
invaso mi ebbe, ed impossibil femmi
l’alta impresa parere. Io giá, non lieve,
e per sé dubbia, e perigliosa (il sai)
la credea; benché in cor brama ne avessi.
Quindi, in veder cangiarsi affatto poscia
in sí brev’ora il tutto, e al re tornarne
cittadini, ed i piú illustri, in folla;
tremai per Roma, ove gran sangue, e invano,
scorrer dovrebbe, e il tuo primiero. Aggiunti
nomi nostri a quei tanti altri, in cuore
nasceami speme, che per noi sottratto
dalla regia vendetta cosí fora
il padre almeno: e in larghi detti, astuto
Mamilio a noi ciò promettea.
BRUTO
Che festi?
Che festi? oh cielo! – Ah! cittadin di Roma
non eri tu in quel punto; poiché Roma
per me tradivi… Né figliuol di Bruto
eri tu allor poiché il suo onor vendevi
al prezzo infame dei comuni ceppi.
TIBERIO
Il tuo giusto furor, deh! padre, in lui
non volger solo; al par lo merto anch’io.
Per te, il confesso, anch’io tremai; piú amato
da noi fu il padre, che la patria nostra:
sí, padre, il nostro unico error fu questo.
COLLATINO
Ahi giovinetti miseri!… Oh infelice
padre!…
BRUTO
Ah! pur troppo voi di Bruto foste,
piú che di Roma, figli! In rio servaggio
voi nati, ad ingannarvi io pur costretto
dai duri nostri tempi, a forti ed alti
liberi sensi io non potea nudrirvi,
qual debbe un padre cittadino… O figli,
del vostro errar cagion non altra io cerco.
Me, me ne incolpo, ed il servir mio prisco,
e il mio tacere; e, ancorché finto, il mio
stesso tremar, che a tremare insegnovvi.
Ah! non è muta entro al mio cor pietade;…
ma, in suon piú fero, mi grida tremenda
giustizia; e a dritto or la pretende Roma. –
Figli miei, figli amati, io son piú assai
infelice di voi… Deh! poiché a vostra
scelta era pure o il tradir Roma, o a morte
sottrarre il padre; oh ciel! perché scordarvi,
che a sottrar Bruto dall’infamia (sola,
vera sua morte) a lui bastava un ferro?
Ed ei lo aveva; ed il sapean suoi figli:
tremar potean mai quindi essi pel padre?
COLLATINO
Deh! per ora il dolore e l’ira alquanto
acqueta, o Bruto: ancor, chi sa?… salvarli
forse….
TITO
Ah! salvarmi or si vorrebbe indarno:
non io piú omai viver potrei; perduta
ho dell’amato genitor la stima,
e l’amor, forse… Ah! non fia mai, ch’io viva.
Ma il tristo esemplo mio bensí discolpi
l’innocente minor fratello; ei salvo…
TIBERIO
Orrido è molto il nostro fallo, o padre;
ma pari egli è; giusto non sei, se pari
non ne dai pena. Il tutelar celeste
Genio di Roma espressamente or forse
volea, che base a libertá perenne
fosse il severo esempio nostro.
BRUTO
Oh figli!…
Deh! per or basti… Il vostro egregio e vero
pentimento sublime, a brani a brani
lo cuor mi squarcia.. Ancor, pur troppo! io sono,
piú che console, padre… Entro ogni vena
scorrer mi sento orrido un gelo… Ah! tutto,
tutto il mio sangue per la patria sparso
sará fra poco… A far rinascer Roma,
l’ultimo sangue or necessario, è il mio:
pur ch’io liberi Roma, a voi, né un solo
giorno, o miei figli, io sopravviver giuro. –
Ch’io per l’ultima volta al sen vi stringa,
amati figli;… ancora il posso… Il pianto…
dir piú omai… non mi lascia… Addio,… miei figli. –
Consol di Roma, ecco a te rendo io ‘l foglio.
Sacro dovere al dí novel t’impone
di appresentarlo a Roma tutta. I rei
stanno affidati alla tua guardia intanto.
Teco nel foro al sorger dell’aurora
anch’io verronne. – Or, sostener piú a lungo,
no, piú non posso cosí fera vista.

SCENA QUARTA

COLLATINO, TITO, TIBERIO, LITTORI.

COLLATINO
Necessitá fatal.
TITO
Misero padre!…
TIBERIO
Purché salva sia Roma!
COLLATINO
Ognun me segua.

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

POPOLO, VALERIO, SENATORI, PATRIZJ, tutti collocati,
COLLATINO E BRUTO in ringhiera.

COLLATINO
Romani, a voi lieto e raggiante il sole
jer sorgea; quando appunto in simil ora
di libertá le prime voci all’aura
echeggiavan per voi: nel dolor mio
sepolto intanto, io muto stava. In questo
orribil dí, parte tutt’altra (ahi lasso!)
toccami in sorte, poiché a voi pur piacque
consol gridarmi, col gran Bruto, ad una. –
Giurava ognun, (ben vel rimembra, io spero)
giurava ognun, ieri, nel foro, ai Numi
di pria morir che mai tornarne al vile
giogo del re. Né soli i rei Tarquinj,
ma ogni uom, che farsi delle leggi osasse
maggior, da voi, dal giuramento vostro
venía proscritto. – Il credereste or voi?
Alla presenza vostra, io debbo, io primo,
molti accusar tra i piú possenti e chiari
cittadini; che infami, empj, spergiuri,
han contra Roma, e contro a sé (pur troppo!)
congiurato pel re.
POPOLO
Pel re? Quai sono?
Quai son gl’iniqui traditori, indegni
d’esser Romani? Or via; nomali; spenti
li vogliam tutti…
COLLATINO
Ah!… nell’udirne i nomi,
forse,… chi sa?… Nel pronunziargli, io fremo…
Piú la clemenza assai, che la severa
giustizia vostra, implorerò. Son questi
pressoché tutti giovanetti: i mali
tanti, e sí feri, del civil servaggio
provato ancor, per poca etá, non hanno:
e i piú, cresciuti alla pestifer’ombra
della corrotta corte, in ozio molle,
di tirannia gustato han l’esca dolce,
ignari appien dell’atroce suo fiele.
POPOLO
Quai che pur sien, son traditor, spergiuri;
pietá non mertan; perano: corrotti
putridi membri di cittá novella,
vuol libertá che tronchi sieno i primi.
Nomali. Udiamo…
VALERIO
E noi, benché convinti
pur troppo omai, che alla patrizja gente
questo delitto rio (disnor perenne!)
si aspetta, or pure i loro nomi a prova
noi col popol chiediamo. – Oh nobil plebe
ad alte cose nata! oh te felice!
Tu almen della tirannide portavi
soltanto il peso; ma la infamia e l’onta
n’erano in noi vili patrizj aggiunte
al pondo ambíto dei mertati ferri.
Noi, piú presso al tiranno; assai piú schiavi,
e men dolenti d’esserlo, che voi;
noi quindi al certo di servir piú degni.
Io n’ho il presagio; a spergiurarsi i primi
erano i nostri. – O Collatin, tel chieggo
e del senato, e de’ patrizj in nome;
svela i rei, quai ch’ei sieno. Oggi de’ Roma
ad alta prova ravvisar, qual fera
brama ardente d’onor noi tutti invada.
POPOLO
Oh degni voi di miglior sorte!… – Ah! voglia
il ciel, che i pochi dal servir sedotti,
né di plebei né di patrizj il nome
abbian da noi! Chi è traditor spergiuro,
cessò d’esser Romano.
COLLATINO
I rei son molti:
ma, nol son tutti a un modo. Havvene, a cui
spiace il servaggio; e han cor gentile ed alto;
ma da Mamilio iniquo in guise mille
raggirati, ingannati…
POPOLO
Ov’è l’infame?
Oh rabbia! ov’è?
COLLATINO
Pria che sorgesser l’ombre,
fuor delle porte io trarre il fea: che salvo
il sacro dritto delle genti il volle,
bench’ei colpevol fosse. Il popol giusto
di Roma, osserva ogni diritto: è base
di nostra sacra libertá, la fede.
POPOLO
Ben festi, in vero, di sottrarre al nostro
primo furor colui: cosí macchiata
non è da noi giustizia. I Numi avremo
con noi schierati, e la virtude: avranno
rei tiranni a lor bandiere intorno
il tradimento, la viltade, e l’ira
giusta del ciel…
VALERIO
Ma i lor tesori infami
darem noi loro, affin che a danno espresso
se ne vaglian di Roma? Assai piú l’oro
fia da temersi or dei tiranni in mano,
che non il ferro.
POPOLO
È ver; prestar non vuolsi
tal arme a lor viltá: ma far vorremmo
nostro perciò l’altrui? che cal dell’oro
a noi, che al fianco brando, e al petto usbergo
di libertade abbiamo?…
VALERIO
Arsi sien, arsi
tutti i tesori dei tiranni; o assorti
sien del Tebro fra l’onde…
POPOLO
E in un perisca
ogni memoria dei tiranni…
VALERIO
E pera
del servir nostro ogni memoria a un tempo.
COLLATINO
– Degno è di voi, magnanimo, il partito;
eseguirassi il voler vostro, in breve.
POPOLO
Sí: ma frattanto, e la congiura, e i nomi
dei congiurati esponi.
COLLATINO
… Oh cielo!… Io tremo
nel dar principio a sí cruda opra…
POPOLO
E Bruto,
tacito, immobil, sta?… Di pianto pregni
par che abbia gli occhi; ancor che asciutto e fero
lo sguardo in terra affisso ei tenga. – Or via,
parla tu dunque, o Collatino.
COLLATINO
… Oh cielo!…
VALERIO
Ma che fia mai? Liberator di Roma,
di Lucrezia marito, e consol nostro
non sei tu, Collatino? Amico forse
dei traditor saresti? in te pietade,
per chi non l’ebbe della patria, senti?
COLLATINO
– Quando parlar mi udrete, il dolor stesso
che il cuor mi squarcia e la mia lingua allaccia,
diffuso in voi fia tosto: io giá vi veggio,
d’orror compresi e di pietade, attoniti,
piangenti, muti. – Apportator ne andava
Mamilio al re di questo foglio: a lui,
pria ch’ei di Roma uscisse, io torre il fea:
e confessava il perfido, atterrito,
che avean giurato i cittadin qui inscritti
di aprire al re nella futura notte
della cittá le porte…
POPOLO
Oh tradimento!
Muoiano i rei, muoiano…
VALERIO
Al rio misfatto
lieve pena è la morte.
COLLATINO
Il fatal foglio
da Valerio a voi tutti omai si legga.
Eccolo; il prendi: io profferir non posso
questi nomi.
VALERIO
Che veggio?… Oh fera lista!…
Di propria man scritto ha ciascun suo nome?… –
Romani, udite. – Aquiljo il padre, e i sei
figli suoi, son della congiura i capi:
scritti son primi. Oh cielo!…
COLLATINO
… A ognun di loro
mostrato il foglio, il confessavan tutti:
giá in ceppi stanno; e a voi davanti, or ora,
trar li vedrete…
VALERIO
… Oimè! .. Seguon…
POPOLO
Chi segue?
Favella.
VALERIO
… Oimè!… Creder nol posso… Io leggo…
quattro nomi…
POPOLO
Quai son? su via…
VALERIO
Fratelli
della consorte eran di Bruto…
POPOLO
Oh cielo!
i Vitellj?
COLLATINO
Ah!… ben altri or or ne udrete.
Ad uno ad uno, a voi davante, or ora…
VALERIO
Che val, ch’io dunque ad uno ad un li nomi?
E Marzj, e Ottavj, e Fabj, e tanti e tanti
ne leggo; oimè!… Ma gli ultimi mi fanno
raccapricciar d’orror… Di mano… il foglio…
a tal vista… mi cade…
POPOLO
Oh! Chi mai fieno?
VALERIO
Oh ciel!… No… mai, nol credereste…

Silenzio universale.

BRUTO
– I nomi
ultimi inscritti, eran Tiberio e Tito.
POPOLO
I figli tuoi?… Misero padre! Oh giorno
infausto!…
BRUTO
Oh giorno avventurato, a voi!
Bruto altri figli or non conosce in Roma,
che i cittadini; e piú nol son costoro.
Di versar tutto il sangue mio per Roma
ieri giurai; presto a ciò far son oggi:
e ad ogni costo…
POPOLO
Ahi sventurato padre!…

Silenzio universale.

BRUTO
– Ma che? d’orror veggio agghiacciata, e muta
Roma intera? – per Bruto ognun tremante
si sta? – Ma a chi piú fero oggi il periglio
sovrasta? il dite: a Bruto, o a Roma? Ognuno
qui vuol pria d’ogni cosa, o voler debbe,
secura far, libera, e grande Roma;
e ad ogni patto il de’. Sovrastan ceppi,
e stragi rie; per Roma il consol trema;
quindi or tremar suoi cittadin non ponno
per un privato padre. I molli affetti,
ed il pianto, (che uscir da roman ciglio
mai nel foro non puote, ove per Roma
non si versi) racchiusi or nel profondo
del cor si stieno i molli affetti, e il pianto. –
Io primo a voi (cosí il destino impera)
dovrò mostrar, qual salda base ed alta
a perpetua cittá dar si convenga. –
Littori, olá; traggansi tosto avvinti
i rei nel foro. – Omai tu il sol, tu il vero
di Roma re, popol di Marte, sei.
Fu da costor la maestá tua lesa;
severa pena a lor si debbe; e spetta
il vendicarti, ai consoli…(2)

SCENA SECONDA

BRUTO E COLLATINO in ringhiera.
VALERIO, POPOLO, SENATORI, PATRIZJ. I CONGIURATI TUTTI IN CATENE FRA LITTORI; ULTIMI D’ESSI TITO E TIBERIO.

POPOLO
Deh! quanti,
quanti mai fieno i traditori?… Oh cielo!
Ecco i figli di Bruto.
COLLATINO
Oimè!… non posso
rattener piú mie lagrime…
BRUTO
– Gran giorno,
gran giorno è questo: e memorando sempre
sará per Roma. – O voi, che, nata appena
la patria vera, iniquamente vili,
tradirla osaste; a Roma tutta innanzi
eccovi or tutti. Ognun di voi, se il puote,
si scolpi al suo cospetto. – Ognun si tace? –
Roma, e i consoli chieggono a voi stessi,
se a voi, convinti traditor, dovuta
sia la pena di morte?

Silenzio universale.

BRUTO
– Or dunque, a dritto,
a tutti voi morte si dá. Sentenza
irrevocabil pronunzionne, a un grido,
il popol re. Che piú s’indugia?

Silenzio universale.

BRUTO
Oh! muto
piange il collega mio?… tace il senato?…
Il popol tace?
POPOLO
Oh fatal punto!… Eppure,
e necessaria è la lor morte, e giusta.
TITO
Sol, fra noi tutti, uno innocente or muore:
ed è questi.
POPOLO
Oh pietá! Del fratel suo,
mirate, ei parla.
TIBERIO
Ah! nol crediate: o entrambi
siam del pari innocenti, o rei del pari:
scritto è nel foglio, appo il suo nome, il mio.
BRUTO
Niun degli inscritti in quel funesto foglio,
innocente può dirsi. Alcun può, forse,
in suo pensiero esser men reo; ma è noto
soltanto ai Numi il pensier nostro; e fora
arbitrario giudizio, e ingiusto quindi,
lo assolver rei, come il saria il dannarli,
su l’intenzion dell’opre. Iniquo e falso
giudizio fora; e quale a re si aspetta:
non qual da un giusto popolo si vuole.
Popol che solo alle tremende e sante
leggi soggiace, al giudicar, non d’altro
mai si preval, che della ignuda legge.
COLLATINO
… Romani, è ver, fra i congiurati stanno
questi infelici giovani; ma furo
dal traditor Mamilio raggirati,
delusi, avviluppati, e in error grave
indotti. Ei lor fea credere, che il tutto
dei Tarquinj era in preda: i loro nomi
quindi aggiunsero anch’essi, (il credereste?)
sol per sottrar da morte il padre…
POPOLO
Oh cielo!…
E fia vero? Salvar dobbiam noi dunque
questi duo soli…
BRUTO
Oimè! che ascolto?… ah! voce
di cittadin fia questa? Al farvi or voi
giusti, liberi, forti, e che? per base
una ingiustizia orribile di sangue
porreste voi? perché non pianga io padre,
pianger tanti altri cittadini padri,
figli, e fratei, fareste? alla mannaja
da lor mertata or porgeriano il collo
tanti e tanti altri; e n’anderiano esenti
duo soli rei, perché nol pajon tanto?
S’anco in fatti nol fossero, eran figli
del consol: scritti eran di proprio pugno
fra i congiurati: o morir tutti ei denno,
o niuno. Assolver tutti, è un perder Roma;
salvar due soli, iniquo fia, se il pare.
Piú assai che giusto, or Collatin pietoso,
questi due discolpò, col dir che il padre
volean salvar: forse era ver; ma gli altri
salvar, chi il padre, chi ‘l fratel, chi i figli,
volean pur forse; e non perciò men rei
sono, poiché perder la patria, innanzi
che i lor congiunti, vollero. – Può il padre
piangerne in core; ma secura debbe
far la cittade il vero consol pria:…
ei poscia può, dal suo immenso dolore
vinto, cader sovra i suoi figli esangue. –
Fra poche ore il vedrete, a qual periglio
tratti v’abbian costoro: a farci appieno
l’un l’altro forti, e in libertade immoti,
è necessario un memorando esemplo;
crudel, ma giusto. – Ite, o littori; e avvinti
sieno i rei tutti alle colonne; e cada
la mannaja sovr’essi. – Alma di ferro
non ho…(3) Deh! Collatino, è questo il tempo
di tua pietá: per me tu il resto adempi.(4)
POPOLO
Oh fera vista!… Rimirar non gli osa,
misero! il padre… Eppur, lor morte è giusta.
BRUTO
– Giá il supplizio si appresta. – Udito i sensi
han del console i rei… L’orrido stato
mirate or voi, del padre… Ma, giá in alto
stan le taglienti scuri… Oh ciel! partirmi
giá sento il cor… Farmi del manto è forza
agli occhi un velo… Ah! ciò si doni al padre…
Ma voi, fissate in lor lo sguardo: eterna,
libera sorge or da quel sangue Roma.
COLLATINO
Oh sovrumana forza!…
VALERIO
Il padre, il Dio
di Roma, è Bruto…
POPOLO
È il Dio di Roma…
BRUTO
Io sono
l’uom piú infelice, che sia nato mai.(5)

NB. Questo libro è stato trovato su Liber Liber, la cui licenza d’uso si trova qui

La Locandiera

Carlo Goldoni
LA LOCANDIERA

PERSONAGGI

Il Cavaliere di Ripafratta
Il Marchese di Forlipopoli
Il Conte d’Albafiorita
Mirandolina, locandiera
Ortensia comica
Dejanira comica
Fabrizio, cameriere di locanda
Servitore, del Cavaliere
Servitore, del Conte

La scena si rappresenta in Firenze, nella locanda di Mirandolina.

L’autore a chi legge

Fra tutte le Commedie da me sinora composte, starei per dire essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva. Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della Locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa. Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute.
Mirandolina fa altrui vedere come s’innamorano gli uomini. Principia a entrar in grazia del disprezzator delle donne, secondandolo nel modo suo di pensare, lodandolo in quelle cose che lo compiacciono, ed eccitandolo perfino a biasimare le donne istesse. Superata con ciò l’avversione che aveva il Cavaliere per essa, principia a usargli delle attenzioni, gli fa delle finezze studiate, mostrandosi lontana dal volerlo obbligare alla gratitudine. Lo visita, lo serve in tavola, gli parla con umiltà e con rispetto, e in lui vedendo scemare la ruvidezza, in lei s’aumenta l’ardire. Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ch’ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali. Il pover’uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipita, l’avvilisce. Pare impossibile, che in poche ore un uomo possa innamorarsi a tal segno: un uomo, aggiungasi, disprezzator delle donne, che mai ha seco loro trattato; ma appunto per questo più facilmente egli cade, perché sprezzandole senza conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro, e dove fondino la speranza de’ loro trionfi, ha creduto che bastar gli dovesse a difendersi la sua avversione, ed ha offerto il petto ignudo ai colpi dell’inimico.
Io medesimo diffidava quasi a principio di vederlo innamorato ragionevolmente sul fine della Commedia, e pure, condotto dalla natura, di passo in passo, come nella Commedia si vede, mi è riuscito di darlo vinto alla fine dell’Atto secondo.
Io non sapeva quasi cosa mi fare nel terzo, ma venutomi in mente, che sogliono coteste lusinghiere donne, quando vedono ne’ loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dar un esempio di questa barbara crudeltà, di questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano dei miserabili che hanno vinti, per mettere in orrore la schiavitù che si procurano gli sciagurati, e rendere odioso il carattere delle incantatrici Sirene. La Scena dello stirare allora quando la Locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato l’insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante Scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!… Ma non è il luogo questo né di vantarmi delle mie follie, né di pentirmi delle mie debolezze. Bastami che alcun mi sia grato della lezione che gli offerisco. Le donne che oneste sono, giubileranno anch’esse che si smentiscano codeste simulatrici, che disonorano il loro sesso, ed esse femmine lusinghiere arrossiranno in guardarmi, e non importa che mi dicano nell’incontrarmi: che tu sia maledetto!
Deggio avvisarvi, Lettor carissimo, di una picciola mutazione, che alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il cameriere della Locanda, parlava in veneziano, quando si recitò la prima volta; l’ho fatto allora per comodo del personaggio, solito a favellar da Brighella; ove l’ho convertito in toscano, sendo disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero. Ciò ho voluto avvertire, perché non so come la stamperà il Bettinelli; può essere ch’ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perché almeno sarà a dover penneggiato. Ma lo scrupolo ch’ei si è fatto di stampare le cose mie come io le ho abbozzate, lo farà trascurare anche questa comodità.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Sala di locanda.
Il Marchese di Forlipopoli ed il Conte d’Albafiorita

MARCHESE: Fra voi e me vi è qualche differenza.
CONTE: Sulla locanda tanto vale il vostro denaro, quanto vale il mio.
MARCHESE: Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si convengono più che a voi.
CONTE: Per qual ragione?
MARCHESE: Io sono il Marchese di Forlipopoli.
CONTE: Ed io sono il Conte d’Albafiorita.
MARCHESE: Sì, Conte! Contea comprata.
CONTE: Io ho comprata la contea, quando voi avete venduto il marchesato.
MARCHESE: Oh basta: son chi sono, e mi si deve portar rispetto.
CONTE: Chi ve lo perde il rispetto? Voi siete quello, che con troppa libertà parlando…
MARCHESE: Io sono in questa locanda, perché amo la locandiera. Tutti lo sanno, e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.
CONTE: Oh, questa è bella! Voi mi vorreste impedire ch’io amassi Mirandolina? Perché credete ch’io sia in Firenze? Perché credete ch’io sia in questa locanda?
MARCHESE: Oh bene. Voi non farete niente.
CONTE: Io no, e voi sì?
MARCHESE: Io sì, e voi no. Io son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia protezione.
CONTE: Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione.
MARCHESE: Denari?… non ne mancano.
CONTE: Io spendo uno zecchino il giorno, signor Marchese, e la regalo continuamente.
MARCHESE: Ed io quel che fo non lo dico.
CONTE: Voi non lo dite, ma già si sa.
MARCHESE: Non si sa tutto.
CONTE: Sì! caro signor Marchese, si sa. I camerieri lo dicono. Tre paoletti il giorno.
MARCHESE: A proposito di camerieri; vi è quel cameriere che ha nome Fabrizio, mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di buon occhio.
CONTE: Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che è morto il di lei padre. Sola una giovane alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me, se si marita, le ho promesso trecento scudi.
MARCHESE: Se si mariterà, io sono il suo protettore, e farò io… E so io quello che farò.
CONTE: Venite qui: facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.
MARCHESE: Quel ch’io faccio, lo faccio segretamente, e non me ne vanto. Son chi sono. Chi è di là? (Chiama.)
CONTE: (Spiantato! Povero e superbo!). (Da sé.)

SCENA SECONDA

Fabrizio e detti.

FABRIZIO: Mi comandi, signore. (Al Marchese.)
MARCHESE: Signore? Chi ti ha insegnato la creanza?
FABRIZIO: La perdoni.
CONTE: Ditemi: come sta la padroncina? (A Fabrizio.)
FABRIZIO: Sta bene, illustrissimo.
MARCHESE: È alzata dal letto?
FABRIZIO: Illustrissimo sì.
MARCHESE: Asino.
FABRIZIO: Perché, illustrissimo signore?
MARCHESE: Che cos’è questo illustrissimo?
FABRIZIO: È il titolo che ho dato anche a quell’altro Cavaliere.
MARCHESE: Tra lui e me vi è qualche differenza.
CONTE: Sentite? (A Fabrizio.)
FABRIZIO: (Dice la verita. Ci è differenza: me ne accorgo nei conti). (Piano al Conte.)
MARCHESE: Di’ alla padrona che venga da me, che le ho da parlare.
FABRIZIO: Eccellenza sì. Ho fallato questa volta?
MARCHESE: Va bene. Sono tre mesi che lo sai; ma sei un impertinente.
FABRIZIO: Come comanda, Eccellenza.
CONTE: Vuoi vedere la differenza che passa fra il Marchese e me?
MARCHESE: Che vorreste dire?
CONTE: Tieni. Ti dono uno zecchino. Fa che anch’egli te ne doni un altro.
FABRIZIO: Grazie, illustrissimo. (Al Conte.) Eccellenza… (Al Marchese.)
MARCHESE: Non getto il mio, come i pazzi. Vattene.
FABRIZIO: Illustrissimo signore, il cielo la benedica. (Al Conte.) Eccellenza. (Rifinito. Fuor del suo paese non vogliono esser titoli per farsi stimare, vogliono esser quattrini). (Da sé, parte.)

SCENA TERZA

Il Marchese ed il Conte.

MARCHESE: Voi credete di soverchiarmi con i regali, ma non farete niente. Il mio grado val più di tutte le vostre monete.
CONTE: Io non apprezzo quel che vale, ma quello che si può spendere.
MARCHESE: Spendete pure a rotta di collo. Mirandolina non fa stima di voi.
CONTE: Con tutta la vostra gran nobiltà, credete voi di essere da lei stimato? Vogliono esser denari.
MARCHESE: Che denari? Vuol esser protezione. Esser buono in un incontro di far un piacere.
CONTE: Sì, esser buono in un incontro di prestar cento doppie.
MARCHESE: Farsi portar rispetto bisogna.
CONTE: Quando non mancano denari, tutti rispettano
MARCHESE: Voi non sapete quel che vi dite.
CONTE: L’intendo meglio di voi.

SCENA QUARTA

II Cavaliere di Ripafratta dalla sua camera, e detti.

CAVALIERE: Amici, che cos’è questo romore? Vi è qualche dissensione  fra di voi altri?
CONTE: Si disputava sopra un bellissimo punto.
MARCHESE: II Conte disputa meco sul merito della nobiltà. (Ironico.)
CONTE: Io non levo il merito alla nobiltà: ma sostengo, che per cavarsi dei capricci, vogliono esser denari.
CAVALIERE: Veramente, Marchese mio…
MARCHESE: Orsù, parliamo d’altro.
CAVALIERE: Perché siete venuti a simil contesa?
CONTE: Per un motivo il più ridicolo della terra.
MARCHESE: Sì, bravo! il Conte mette tutto in ridicolo.
CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l’amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l’uomo una infermità insopportabile.
MARCHESE: In quanto a questo poi, Mirandolina ha un merito estraordinario.
CONTE: Sin qua il signor Marchese ha ragione. La nostra padroncina della locanda è veramente amabile.
MARCHESE: Quando l’amo io, potete credere che in lei vi sia qualche cosa di grande.
CAVALIERE: In verità mi fate ridere. Che mai può avere di stravagante costei, che non sia comune all’altre donne?
MARCHESE: Ha un tratto nobile, che incatena.
CONTE: È bella, parla bene, veste con pulizia, è di un ottimo gusto.
CAVALIERE: Tutte cose che non vagliono un fico. Sono tre giorni ch’io sono in questa locanda, e non mi ha fatto specie veruna.
CONTE: Guardatela, e forse ci troverete del buono.
CAVALIERE: Eh, pazzia! L’ho veduta benissimo. È una donna come l’altre.
MARCHESE: Non è come l’altre, ha qualche cosa di più. Io che ho praticate le prime dame, non ho trovato una donna che sappia unire, come questa, la gentilezza e il decoro.
CONTE: Cospetto di bacco! Io son sempre stato solito trattar donne: ne conosco li difetti ed il loro debole. Pure con costei, non ostante il mio lungo corteggio e le tante spese per essa fatte, non ho potuto toccarle un dito.
CAVALIERE: Arte, arte sopraffina. Poveri gonzi! Le credete, eh? A me non la farebbe. Donne? Alla larga tutte quante elle sono.
CONTE: Non siete mai stato innamorato?
CAVALIERE: Mai, né mai lo sarò. Hanno fatto il diavolo per darmi moglie, né mai l’ho voluta.
MARCHESE: Ma siete unico della vostra casa: non volete pensare alla successione?
CAVALIERE: Ci ho pensato più volte ma quando considero che per aver figliuoli mi converrebbe soffrire una donna, mi passa subito la volontà.
CONTE: Che volete voi fare delle vostre ricchezze?
CAVALIERE: Godermi quel poco che ho con i miei amici.
MARCHESE: Bravo, Cavaliere, bravo; ci goderemo.
CONTE: E alle donne non volete dar nulla?
CAVALIERE: Niente affatto. A me non ne mangiano sicuramente.
CONTE: Ecco la nostra padrona. Guardatela, se non è adorabile.
CAVALIERE: Oh la bella cosa! Per me stimo più di lei quattro volte un bravo cane da caccia.
MARCHESE: Se non la stimate voi, la stimo io.
CAVALIERE: Ve la lascio, se fosse più bella di Venere.

SCENA QUINTA

Mirandolina e detti.

MIRANDOLINA: M’inchino a questi cavalieri. Chi mi domanda di lor signori?
MARCHESE: Io vi domando, ma non qui.
MIRANDOLINA: Dove mi vuole, Eccellenza?
MARCHESE: Nella mia camera.
MIRANDOLINA: Nella sua camera? Se ha bisogno di qualche cosa verra il cameriere a servirla.
MARCHESE: (Che dite di quel contegno?). (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: (Quello che voi chiamate contegno, io lo chiamerei temerità, impertinenza). (Al Marchese.)
CONTE: Cara Mirandolina, io vi parlerò in pubblico, non vi darò l’incomodo di venire nella mia camera. Osservate questi orecchini. Vi piacciono?
MIRANDOLINA: Belli.
CONTE: Sono diamanti, sapete?
MIRANDOLINA: Oh, li Conosco. Me ne intendo anch’io dei diamanti.
CONTE: E sono al vostro comando.
CAVALIERE: (Caro amico, voi li buttate via). (Piano al Conte.)
MIRANDOLINA: Perché mi vuol ella donare quegli orecchini?
MARCHESE: Veramente sarebbe un gran regalo! Ella ne ha de’ più belli al doppio.
CONTE: Questi sono legati alla moda. Vi prego riceverli per amor mio.
CAVALIERE: (Oh che pazzo!). (Da sé.)
MIRANDOLINA: No, davvero, signore…
CONTE: Se non li prendete, mi disgustate.
MIRANDOLINA: Non so che dire… mi preme tenermi amici gli avventori della mia locanda. Per non disgustare il signor Conte, li prenderò.
CAVALIERE: (Oh che forca!). (Da sé.)
CONTE: (Che dite di quella prontezza di spirito?). (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: (Bella prontezza! Ve li mangia, e non vi ringrazia nemmeno). (Al Conte.)
MARCHESE: Veramente, signor Conte, vi siete acquistato gran merito. Regalare una donna in pubblico, per vanità! Mirandolina, vi ho da parlare a quattr’occhi, fra voi e me: son Cavaliere.
MIRANDOLINA: (Che arsura! Non gliene cascano). (Da sé.) Se altro non mi comandano, io me n’anderò.
CAVALIERE: Ehi! padrona. La biancheria che mi avete dato, non mi gusta. Se non ne avete di meglio, mi provvederò.( Con disprezzo.)
MIRANDOLINA: Signore, ve ne sarà di meglio. Sarà servita, ma mi pare che la potrebbe chiedere con un poco di gentilezza.
CAVALIERE: Dove spendo il mio denaro, non ho bisogno di far complimenti.
CONTE: Compatitelo. Egli è nemico capitale delle donne. (A Mirandolina.)
CAVALIERE: Eh, che non ho bisogno d’essere da lei compatito.
MIRANDOLINA: Povere donne! che cosa le hanno fatto? Perché così crudele con noi, signor Cavaliere?
CAVALIERE: Basta così. Con me non vi prendete maggior confidenza. Cambiatemi la biancheria. La manderò a prender pel servitore. Amici, vi sono schiavo. (Parte.)

SCENA SESTA

Il Marchese, il Conte e Mirandolina.

MIRANDOLINA: Che uomo salvatico! Non ho veduto il compagno.
CONTE: Cara Mirandolina, tutti non conoscono il vostro merito.
MIRANDOLINA: In verità, son cosi stomacata del suo mal procedere, che or ora lo licenzio a dirittura.
MARCHESE: Sì; e se non vuol andarsene, ditelo a me, che lo farò partire immediatamente. Fate pur uso della mia protezione.
CONTE: E per il denaro che aveste a perdere, io supplirò e pagherò tutto. (Sentite, mandate via anche il Marchese, che pagherò io). (Piano a Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Grazie, signori miei, grazie. Ho tanto spirito che basta, per dire ad un forestiere ch’io non lo voglio, e circa all’utile, la mia locanda non ha mai camere in ozio.

SCENA SETTIMA

Fabrizio e detti.

FABRIZIO: Illustrissimo, c’è uno che la domanda. (Al Conte.)
CONTE: Sai chi sia?
FABRIZIO: Credo ch’egli sia un legatore di gioje. (Mirandolina, giudizio; qui non istate bene). (Piano a Mirandolina, e parte.)
CONTE: Oh sì, mi ha da mostrare un gioiello. Mirandolina, quegli orecchini, voglio che li accompagniamo.
MIRANDOLINA: Eh no, signor Conte…
CONTE: Voi meritate molto, ed io i denari non li stimo niente. Vado a vedere questo gioiello. Addio, Mirandolina; signor Marchese, la riverisco! (Parte.)

SCENA OTTAVA

Il Marchese e Mirandolina.

MARCHESE: (Maledetto Conte! Con questi suoi denari mi ammazza). (Da sé.)
MIRANDOLINA: In verità il signor Conte s’incomoda troppo.
MARCHESE: Costoro hanno quattro soldi, e li spendono per vanità, per albagia. Io li conosco, so il viver del mondo.
MIRANDOLINA: Eh, il viver del mondo lo so ancor io.
MARCHESE: Pensano che le donne della vostra sorta si vincano con i regali.
MIRANDOLINA: I regali non fanno male allo stomaco.
MARCHESE: Io crederei di farvi un’ingiuria, cercando di obbligarvi con i donativi.
MIRANDOLINA: Oh, certamente il signor Marchese non mi ha ingiuriato mai.
MARCHESE: E tali ingiurie non ve le farò.
MIRANDOLINA: Lo credo sicurissimamente.
MARCHESE: Ma dove posso, comandatemi.
MIRANDOLINA: Bisognerebbe ch’io sapessi, in che cosa può Vostra Eccellenza.
MARCHESE: In tutto. Provatemi.
MIRANDOLINA: Ma verbigrazia, in che?
MARCHESE: Per bacco! Avete un merito che sorprende.
MIRANDOLINA: Troppe grazie, Eccellenza.
MARCHESE: Ah! direi quasi uno sproposito. Maledirei quasi la mia Eccellenza.
MIRANDOLINA: Perché, signore?
MARCHESE: Qualche volta mi auguro di essere nello stato del Conte.
MIRANDOLINA: Per ragione forse de’ suoi denari?
MARCHESE: Eh! Che denari! Non li stimo un fico. Se fossi un Conte ridicolo come lui…
MIRANDOLINA: Che cosa farebbe?
MARCHESE: Cospetto del diavolo… vi sposerei. (Parte.)

SCENA NONA

MIRANDOLINA (sola): Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di  picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

SCENA DECIMA

Fabrizio e detta.

FABRIZIO: Ehi, padrona.
MIRANDOLINA: Che cosa c’è?
FABRIZIO: Quel forestiere che è alloggiato nella camera di mezzo, grida della biancheria; dice che è ordinaria, e che non la vuole.
MIRANDOLINA: Lo so, lo so. Lo ha detto anche a me, e lo voglio servire.
FABRIZIO: Benissimo. Venitemi dunque a metter fuori la roba, che gliela possa portare.
MIRANDOLINA: Andate, andate, gliela porterò io.
FABRIZIO: Voi gliela volete portare?
MIRANDOLINA: Sì, io.
FABRIZIO: Bisogna che vi prema molto questo forestiere.
MIRANDOLINA: Tutti mi premono. Badate a voi.
FABRIZIO: (Già me n’avvedo. Non faremo niente. Ella mi lusinga; ma non faremo niente). (Da sé.)
MIRANDOLINA: (Povero sciocco! Ha delle pretensioni. Voglio tenerlo in isperanza, perché mi serva con fedelta). (Da sé.)
FABRIZIO: Si è sempre costumato, che i forestieri li serva io.
MIRANDOLINA: Voi con i forestieri siete un poco troppo ruvido.
FABRIZIO: E voi siete un poco troppo gentile.
MIRANDOLINA: So quel quel che fo, non ho bisogno di correttori.
FABRIZIO: Bene, bene. Provvedetevi di cameriere.
MIRANDOLINA: Perché, signor Fabrizio? è disgustato di me?
FABRIZIO: Vi ricordate voi che cosa ha detto a noi due vostro padre, prima ch’egli morisse?
MIRANDOLINA: Sì; quando mi vorrò maritare, mi ricorderò di quel che ha detto mio padre.
FABRIZIO: Ma io son delicato di pelle, certe cose non le posso soffrire.
MIRANDOLINA: Ma che credi tu ch’io mi sia? Una frasca? Una civetta? Una pazza? Mi maraviglio di te. Che voglio fare io dei forestieri che vanno e vengono? Se il tratto bene, lo fo per mio interesse, per tener in credito la mia locanda. De’ regali non ne ho bisogno. Per far all’amore? Uno mi basta: e questo non mi manca; e so chi merita, e so quello che mi conviene. E quando vorrò maritarmi… mi ricorderò di mio padre. E chi mi averà servito bene, non potrà lagnarsi di me. Son grata. Conosco il merito… Ma io non son conosciuta. Basta, Fabrizio, intendetemi, se potete. (Parte.)
FABRIZIO: Chi può intenderla, è bravo davvero. Ora pare che la mi voglia, ora che la non mi voglia. Dice che non è una frasca, ma vuol far a suo modo. Non so che dire. Staremo a vedere. Ella mi piace, le voglio bene, accomoderei con essa i miei interessi per tutto il tempo di vita mia. Ah! bisognerà chiuder un occhio, e lasciar correre qualche cosa. Finalmente i forestieri vanno e vengono. Io resto sempre. Il meglio sarà sempre per me. (Parte.)

SCENA UNDICESIMA

Camera del Cavaliere.
Il Cavaliere ed un Servitore.

SERVITORE: Illustrissimo, hanno portato questa lettera.
CAVALIERE: Portami la cioccolata.
(Il Servitore parte.)
(Il Cavaliere apre la lettera.)

Siena, primo Gennaio 1753. (Chi scrive?) Orazio Taccagni. Amico carissimo. La tenera amicizia che a voi mi lega, mi rende sollecito ad avvisarvi essere necessario il vostro ritorno in patria. È morto il Conte Manna… (Povero Cavaliere! Me ne dispiace). Ha lasciato la sua unica figlia nubile erede di centocinquanta mila scudi. Tutti gli amici vostri vorrebbero che toccasse a voi una tal fortuna, e vanno maneggiando… Non s’affatichino per me, che non voglio saper nulla. Lo sanno pure ch’io non voglio donne per i piedi. E questo mio caro amico, che lo sa più d’ogni altro, mi secca peggio di tutti. (Straccia la lettera.) Che importa a me di centocinquanta mila scudi? Finché son solo, mi basta meno. Se fossi accompagnato, non mi basterebbe assai più. Moglie a me! Piuttosto una febbre quartana.

SCENA DODICESIMA

II Marchese e detto.

MARCHESE: Amico, vi contentate ch’io venga a stare un poco con voi?
CAVALIERE: Mi fate onore.
MARCHESE: Almeno fra me e voi possiamo trattarci con confidenza; ma quel somaro del Conte non è degno di stare in conversazione con noi.
CAVALIERE: Caro Marchese, compatitemi; rispettate gli altri, se volete essere rispettato voi pure.
MARCHESE: Sapete il mio naturale. Io fo le cortesie a tutti, ma colui non lo posso soffrire.
CAVALIERE: Non lo potete soffrire, perché vi è rivale in amore! Vergogna! Un cavaliere della vostra sorta innamorarsi d’una locandiera! Un uomo savio, come siete voi, correr dietro a una donna!
MARCHESE: Cavaliere mio, costei mi ha stregato.
CAVALIERE: Oh! pazzie! debolezze! Che stregamenti! Che vuol dire che le donne non mi stregheranno? Le loro fattucchierie consistono nei loro vezzi, nelle loro lusinghe, e chi ne sta lontano, come fo io, non ci è pericolo che si lasci ammaliare.
MARCHESE: Basta! ci penso e non ci penso: quel che mi dà fastidio e che m’inquieta, è il mio fattor di campagna.
CAVALIERE: Vi ha fatto qualche porcheria?
MARCHESE: Mi ha mancato di parola.

SCENA TREDICESIMA

Il Servitore con una cioccolata e detti.

CAVALIERE: Oh mi dispiace… Fanne subito un’altra. (Al Servitore.)
SERVITORE: In casa per oggi non ce n’è altra, illustrissimo.
CAVALIERE: Bisogna che ne provveda. Se vi degnate di questa…( Al Marchese.)
MARCHESE (prende la cioccolata, e si mette a berla senza complimenti, seguitando poi a discorrere e bere, come segue): Questo mio fattore, come io vi diceva… (Beve.)
CAVALIERE: (Ed io resterò senza). (Da sé.)
MARCHESE: Mi aveva promesso mandarmi con l’ordinario… (Beve.) venti zecchini… (Beve.)
CAVALIERE: (Ora viene con una seconda stoccata). (Da sé.)
MARCHESE: E non me li ha mandati… (Beve.)
CAVALIERE: Li manderà un’altra volta.
MARCHESE: Il punto sta… il punto sta… (Finisce di bere.) Tenete. (Dà la chicchera al Servitore.) Il punto sta che sono in un grande impegno, e non so come fare.
CAVALIERE: Otto giorni più, otto giorni meno…
MARCHESE: Ma voi che siete Cavaliere, sapete quel che vuol dire il mantener la parola. Sono in impegno; e… corpo di bacco! Darei della pugna in cielo.
CAVALIERE: Mi dispiace di vedervi scontento. (Se sapessi come uscirne con riputazione!) (Da sé.)
MARCHESE: Voi avreste difficoltà per otto giorni di farmi il piacere?
CAVALIERE: Caro Marchese, se potessi, vi servirei di cuore; se ne avessi, ve li avrei esibiti a dirittura. Ne aspetto, e non ne ho.
MARCHESE: Non mi darete ad intendere d’esser senza denari.
CAVALIERE: Osservate. Ecco tutta la mia ricchezza. Non arrivano a due zecchini. (Mostra uno zecchino e varie monete.)
MARCHESE: Quello è uno zecchino d’oro.
CAVALIERE: Sì; l’ultimo, non ne ho più.
MARCHESE: Prestatemi quello, che vedrò intanto…
CAVALIERE: Ma io poi…
MARCHESE: Di che avete paura? Ve lo renderò.
CAVALIERE: Non so che dire; servitevi. (Gli dà lo zecchino.)
MARCHESE: Ho un affare di premura… amico: obbligato per ora: ci rivedremo a pranzo. (Prende lo zecchino, e parte.)

SCENA QUATTORDICESIMA

CAVALIERE (solo): Bravo! Il signor Marchese mi voleva frecciare venti zecchini, e poi si è contentato di uno. Finalmente uno zecchino non mi preme di perderlo, e se non me lo rende, non mi verrà più a seccare. Mi dispiace più, che mi ha bevuto la mia cioccolata. Che indiscretezza! E poi: Son chi sono. Son Cavaliere. Oh garbatissimo Cavaliere!

SCENA QUINDICESIMA

Mirandolina colla biancheria, e detto.

MIRANDOLINA: Permette, illustrissimo? (Entrando con qualche soggezione.)
CAVALIERE: Che cosa volete? (Con asprezza.)
MIRANDOLINA: Ecco qui della biancheria migliore. (S’avanza un poco.)
CAVALIERE: Bene. Mettetela lì. (Accenna il tavolino.)
MIRANDOLINA: La supplico almeno degnarsi vedere se è di suo genio.
CAVALIERE: Che roba è?
MIRANDOLINA: Le lenzuola son di rensa. (S’avanza ancor più.)
CAVALIERE: Rensa?
MIRANDOLINA: Sì signore, di dieci paoli al braccio. Osservi.
CAVALIERE: Non pretendevo tanto. Bastavami qualche cosa meglio di quel che mi avete dato.
MIRANDOLINA: Questa biancheria l’ho fatta per personaggi di merito: per quelli che la sanno conoscere; e in verità, illustrissimo, la do per esser lei, ad un altro non la darei.
CAVALIERE: Per esser lei! Solito complimento.
MIRANDOLINA: Osservi il servizio di tavola.
CAVALIERE: Oh! Queste tele di Fiandra, quando si lavano, perdono assai. Non vi è bisogno che le insudiciate per me.
MIRANDOLINA: Per un Cavaliere della sua qualità, non guardo a queste piccole cose. Di queste salviette ne ho parecchie, e le serberò per V.S. illustrissima.
CAVALIERE: (Non si può però negare, che costei non sia una donna obbligante). (Da sé.)
MIRANDOLINA: (Veramente ha una faccia burbera da non piacergli le donne). (Da sé.)
CAVALIERE: Date la mia biancheria al mio cameriere, o ponetela lì, in qualche luogo. Non vi è bisogno che v’incomodiate per questo.
MIRANDOLINA: Oh, io non m’incomodo mai, quando servo Cavaliere di sì alto merito.
CAVALIERE: Bene, bene, non occorr’altro. (Costei vorrebbe adularmi. Donne! Tutte così). (Da sé.)
MIRANDOLINA: La metterò nell’arcova.
CAVALIERE: Sì, dove volete. (Con serietà.)
MIRANDOLINA: (Oh! vi è del duro. Ho paura di non far niente). (Da sé, va a riporre la biancheria.)
CAVALIERE: (I gonzi sentono queste belle parole, credono a chi le dice, e cascano). (Da sè.)
MIRANDOLINA: A pranzo, che cosa comanda? (Ritornando senza la biancheria.)
CAVALIERE: Mangerò quello che vi sarà.
MIRANDOLINA: Vorrei pur sapere il suo genio. Se le piace una cosa più dell’altra, lo dica con libertà.
CAVALIERE: Se vorrò qualche cosa, lo dirò al cameriere.
MIRANDOLINA: Ma in queste cose gli uomini non hanno l’attenzione e la pazienza che abbiamo noi donne. Se le piacesse qualche intingoletto, qualche salsetta, favorisca di dirlo a me.
CAVALIERE: Vi ringrazio: ma né anche per questo verso vi riuscirà di far con me quello che avete fatto col Conte e col Marchese.
MIRANDOLINA: Che dice della debolezza di quei due cavalieri? Vengono alla locanda per alloggiare, e pretendono poi di voler fare all’amore colla locandiera. Abbiamo altro in testa noi, che dar retta alle loro ciarle. Cerchiamo di fare il nostro interesse; se diamo loro delle buone parole, lo facciamo per tenerli a bottega; e poi, io principalmente, quando vedo che si lusingano, rido come una pazza.
CAVALIERE: Brava! Mi piace la vostra sincerità.
MIRANDOLINA: Oh! non ho altro di buono, che la sincerità.
CAVALIERE: Ma però, con chi vi fa la corte, sapete fingere.
MIRANDOLINA: Io fingere? Guardimi il cielo. Domandi un poco a quei due signori che fanno gli spasimati per me, se ho mai dato loro un segno d’affetto. Se ho mai scherzato con loro in maniera che si potessero lusingare con fondamento. Non li strapazzo, perché il mio interesse non lo vuole, ma poco meno. Questi uomini effeminati non li posso vedere. Sì come abborrisco anche le donne che corrono dietro agli uomini. Vede? Io non sono una ragazza. Ho qualche annetto; non sono bella, ma ho avute delle buone occasioni; eppure non ho mai voluto maritarmi, perché stimo infinitamente la mia libertà.
CAVALIERE: Oh sì, la libertà è un gran tesoro.
MIRANDOLINA: E tanti la perdono scioccamente.
CAVALIERE: So io ben quel che faccio. Alla larga.
MIRANDOLINA: Ha moglie V.S. illustrissima?
CAVALIERE: Il cielo me ne liberi. Non voglio donne.
MIRANDOLINA: Bravissimo. Si conservi sempre così. Le donne, signore… Basta, a me non tocca a dirne male.
CAVALIERE: Voi siete per altro la prima donna, ch’io senta parlar così.
MIRANDOLINA: Le dirò: noi altre locandiere vediamo e sentiamo delle cose assai; e in verità compatisco quegli uomini, che hanno paura del nostro sesso.
CAVALIERE: (È curiosa costei). (Da sé.)
MIRANDOLINA: Con permissione di V.S. illustrissima. (Finge voler partire.)
CAVALIERE: Avete premura di partire?
MIRANDOLINA: Non vorrei esserle importuna.
CAVALIERE: No, mi fate piacere; mi divertite
MIRANDOLINA: Vede, signore? Così fo con gli altri. Mi trattengo qualche momento; sono piuttosto allegra, dico delle barzellette per divertirli, ed essi subito credono… Se la m’intende, e’ mi fanno i cascamorti.
CAVALIERE: Questo accade, perché avete buona maniera.
MIRANDOLINA: Troppa bontà, illustrissimo. (Con una riverenza.)
CAVALIERE: Ed essi s’innamorano.
MIRANDOLINA: Guardi che debolezza! Innamorarsi subito di una donna!
CAVALIERE: Questa io non l’ho mai potuta capire.
MIRANDOLINA: Bella fortezza! Bella virilità!
CAVALIERE: Debolezze! Miserie umane!
MIRANDOLINA: Questo è il vero pensare degli uomini. Signor Cavaliere, mi porga la mano.
CAVALIERE: Perché volete ch’io vi porga la mano?
MIRANDOLINA: Favorisca; si degni; osservi, sono pulita.
CAVALIERE: Ecco la mano.
MIRANDOLINA: Questa è la prima volta, che ho l’onore d’aver per la mano un uomo, che pensa veramente da uomo.
CAVALIERE: Via, basta così. (Ritira la mano.)
MIRANDOLINA: Ecco. Se io avessi preso per la mano uno di que’ due signori sguaiati, avrebbe  tosto creduto ch’io spasimassi per lui. Sarebbe andato in deliquio. Non darei loro una semplice libertà, per tutto l’oro del mondo. Non sanno vivere. Oh benedetto in conversare alla libera! senza attacchi, senza malizia, senza tante ridicole scioccherie. Illustrissimo, perdoni la mia impertinenza. Dove posso servirla, mi comandi con autorità, e avrò per lei quell’attenzione, che non ho mai avuto per alcuna persona di questo mondo.
CAVALIERE: Per quale motivo avete tanta parzialità per me?
MIRANDOLINA: Perché, oltre il suo merito, oltre la sua condizione, sono almeno sicura che con lei posso trattare con libertà, senza sospetto che voglia fare cattivo uso delle mie attenzioni, e che mi tenga in qualità di serva, senza tormentarmi con pretensioni ridicole, con caricature affettate.
CAVALIERE: (Che diavolo ha costei di stravagante, ch’io non capisco!). (Da sé.)
MIRANDOLINA: (Il satiro si anderà a poco a poco addomesticando). (Da sé.)
CAVALIERE: Orsù, se avete da badare alle cose vostre, non restate per me.
MIRANDOLINA: Sì signore, vado ad attendere alle faccende di casa. Queste sono i miei amori, i miei passatempi. Se comanderà qualche cosa, manderò il cameriere.
CAVALIERE: Bene… Se qualche volta verrete anche voi, vi vedrò volentieri.
MIRANDOLINA: Io veramente non vado mai nelle camere dei forestieri, ma da lei ci verrò qualche volta.
CAVALIERE: Da me… Perché?
MIRANDOLINA: Perché, illustrissimo signore, ella mi piace assaissimo.
CAVALIERE: Vi piaccio io?
MIRANDOLINA: Mi piace, perché non è effeminato, perché non è di quelli che s’innamorano. (Mi caschi il naso, se avanti domani non l’innamoro). (Da sé.)

SCENA SEDICESIMA

CAVALIERE (solo): Eh! So io quel che fo. Colle donne? Alla larga. Costei sarebbe una di quelle che potrebbero farmi cascare più delle altre. Quella verità, quella scioltezza di dire, è cosa poco comune. Ha un non so che di estraordinario; ma non per questo mi lascerei innamorare. Per un poco di divertimento, mi fermerei più tosto con questa che con un’altra. Ma per fare all’amore? Per perdere la libertà? Non vi è pericolo. Pazzi, pazzi quelli che s’innamorano delle donne. (Parte.)

SCENA DICIASSETTESIMA

Altra camera di locanda.
Ortensia, Dejanira, Fabrizio.

FABRIZIO: Che restino servite qui, illustrissime. Osservino quest’altra camera. Quella per dormire, e questa per mangiare, per ricevere, per servirsene come comandano.
ORTENSIA: Va bene, va bene. Siete voi padrone, o cameriere?
FABRIZIO: Cameriere, ai comandi di V.S. illustrissima
DEJANIRA: (Ci dà delle illustrissime). (Piano a Ortensia, ridendo.)
ORTENSIA: (Bisogna secondare il lazzo). Cameriere?
FABRIZIO: Illustrissima.
ORTENSIA: Dite al padrone che venga qui, voglio parlar con lui per il trattamento.
FABRIZIO: Verrà la padrona; la servo subito. (Chi diamine saranno queste due signore così sole? All’aria, all’abito, paiono dame). (Da sé, parte.)

SCENA DICIOTTESIMA

Dejanira e Ortensia.

DEJANIRA: Ci dà dell’illustrissime. Ci ha creduto due dame.
ORTENSIA: Bene. Così ci tratterà meglio.
DEJANIRA: Ma ci farà pagare di più.
ORTENSIA: Eh, circa i conti, avrà da fare con me. Sono degli anni assai, che cammino il mondo.
DEJANIRA: Non vorrei che con questi titoli entrassimo in qualche impegno.
ORTENSIA: Cara amica, siete di poco spirito. Due commedianti avvezze a far sulla scena da contesse, da marchese e da principesse, avranno difficoltà a sostenere un carattere sopra di una locanda?
DEJANIRA: Verranno i nostri compagni, e subito ci sbianchiranno.
ORTENSIA: Per oggi non possono arrivare a Firenze. Da Pisa a qui in navicello vi vogliono almeno tre giorni.
DEJANIRA: Guardate che bestialità! Venire in navicello!
ORTENSIA: Per mancanza di lugagni. È assai che siamo venute noi in calesse.
DEJANIRA: È stata buona quella recita di più che abbiamo fatto.
ORTENSIA: Sì, ma se non istavo io alla porta, non si faceva niente.

SCENA DICIANNOVESIMA

Fabrizio e dette.

FABRIZIO: La padrona or ora sarà a servirle.
ORTENSIA: Bene.
FABRIZIO: Ed io le supplico a comandarmi. Ho servito altre dame: mi darò l’onor di servir con tutta l’attenzione anche le signorie loro illustrissime.
ORTENSIA: Occorrendo, mi varrò di voi.
DEJANIRA: (Ortensia queste parti le fa benissimo). (Da sé.)
FABRIZIO: Intanto le supplico, illustrissime signore, favorirmi il loro riverito nome per la consegna. (Tira fuori un calamaio ed un libriccino.)
DEJANIRA: (Ora viene il buono).
ORTENSIA: Perché ho da dar il mio nome?
FABRIZIO: Noialtri locandieri siamo obbligati a dar il nome, il casato, la patria e la condizione di tutti i passeggeri che alloggiano alla nostra locanda. E se non lo facessimo, meschini noi.
DEJANIRA: (Amica, i titoli sono finiti). (Piano ad Ortensia.)
ORTENSIA: Molti daranno anche il nome finto.
FABRIZIO: In quanto a questo poi, noialtri scriviamo il nome che ci dettano, e non cerchiamo di più.
ORTENSIA: Scrivete. La Baronessa Ortensia del Poggio, palermitana.
FABRIZIO: (Siciliana? Sangue caldo). (Scrivendo.) Ella, illustrissima? (A Dejanira.)
DEJANIRA: Ed io… (Non so che mi dire).
ORTENSIA: Via, Contessa Dejanira, dategli il vostro nome.
FABRIZIO: Vi supplico. (A Dejanira.)
DEJANIRA: Non l’avete sentito? (A Fabrizio.)
FABRIZIO: L’illustrissima signora Contessa Dejanira… (Scrivendo.) Il cognome?
DEJANIRA: Anche il cognome? (A Fabrizio.)
ORTENSIA: Sì, dal Sole, romana. (A Fabrizio.)
FABRIZIO: Non occorr’altro. Perdonino l’incomodo. Ora verrà la padrona. (L’ho io detto, che erano due dame? Spero che farò de’ buoni negozi. Mancie non ne mancheranno). (Parte.)
DEJANIRA: Serva umilissima della signora Baronessa.
ORTENSIA: Contessa, a voi m’inchino. (Si burlano vicendevolmente.)
DEJANIRA: Qual fortuna mi offre la felicissima congiuntura di rassegnarvi il mio profondo rispetto?
ORTENSIA: Dalla fontana del vostro cuore scaturir non possono che torrenti di grazie.

SCENA VENTESIMA

Mirandolina e dette.

DEJANIRA: Madama, voi mi adulate. (Ad Ortensia, con caricatura.)
ORTENSIA: Contessa, al vostro merito ci converrebbe assai più. (Fa lo stesso.)
MIRANDOLINA: (Oh che dame cerimoniose). (Da sé, in disparte.)
DEJANIRA: (Oh quanto mi vien da ridere!). (Da sé.)
ORTENSIA: Zitto: è qui la padrona. (Piano a Dejanira.)
MIRANDOLINA: M’inchino a queste dame.
ORTENSIA: Buon giorno, quella giovane.
DEJANIRA: Signora padrona, vi riverisco. (A Mirandolina.)
ORTENSIA: Ehi! (Fa cenno a Dejanira, che si sostenga,)
MIRANDOLINA: Permetta ch’io le baci la mano. (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: Siete obbligante. (Le dà la mano.)
DEJANIRA: (ride da sé.)
MIRANDOLINA: Anche ella, illustrissima. (Chiede la mano a Dejanira.)
DEJANIRA: Eh, non importa…
ORTENSIA: Via, gradite le finezze di questa giovane. Datele la mano.
MIRANDOLINA: La supplico.
DEJANIRA: Tenete. (Le dà la mano, si volta, e ride.)
MIRANDOLINA: Ride, illustrissima? Di che?
ORTENSIA: Che cara Contessa! Ride ancora di me. Ho detto uno sproposito, che l’ha fatta ridere.
MIRANDOLINA: (Io giuocherei che non sono dame. Se fossero dame, non sarebbero sole). (Da sé.)
ORTENSIA: Circa il trattamento, converrà poi discorrere. (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Ma! Sono sole? Non hanno cavalieri, non hanno servitori, non hanno nessuno?
ORTENSIA: Il Barone mio marito…
DEJANIRA: (ride forte).
MIRANDOLINA: Perché ride, signora? (A Dejanira.)
ORTENSIA: Via, perché ridete?
DEJANIRA: Rido del Barone di vostro marito.
ORTENSIA: Sì, è un Cavaliere giocoso: dice sempre delle barzellette; verrà quanto prima col Conte Orazio, marito della Contessina.
DEJANIRA (fa forza per trattenersi dal ridere).
MIRANDOLINA: La fa ridere anche il signor Conte? (A Dejanira.)
ORTENSIA: Ma via, Contessina, tenetevi un poco nel vostro decoro.
MIRANDOLINA: Signore mie, favoriscano in grazia. Siamo sole, nessuno ci sente. Questa contea, questa baronia, sarebbe mai…
ORTENSIA: Che cosa vorreste voi dire? Mettereste in dubbio la nostra nobiltà?
MIRANDOLINA: Perdoni, illustrissima, non si riscaldi, perché farà ridere la signora Contessa.
DEJANIRA: Eh via, che serve?
ORTENSIA: Contessa, Contessa! (Minacciandola.)
MIRANDOLINA: Io so che cosa voleva dire, illustrissima. (A Dejanira.)
DEJANIRA: Se l’indovinate, vi stimo assai.
MIRANDOLINA: Volevate dire: Che serve che fingiamo d’esser due dame, se siamo due pedine? Ah! non è vero?
DEJANIRA: E che sì che ci conoscete? (A Mirandolina.)
ORTENSIA: Che brava commediante! Non è buona da sostenere un carattere.
DEJANIRA: Fuori di scena io non so fingere.
MIRANDOLINA: Brava, signora Baronessa; mi piace il di lei spirito. Lodo la sua franchezza.
ORTENSIA: Qualche volta mi prendo un poco di spasso.
MIRANDOLINA: Ed io amo infinitamente le persone di spirito. Servitevi pure nella mia locanda, che siete padrone; ma vi prego bene, se mi capitassero persone di rango, cedermi quest’appartamento, ch’io vi darò dei camerini assai comodi.
DEJANIRA: Sì, volentieri.
ORTENSIA: Ma io, quando spendo il mio denaro, intendo volere esser servita come una dama, e in questo appartamento ci sono, e non me ne anderò.
MIRANDOLINA: Via, signora Baronessa, sia buona… Oh! Ecco un cavaliere che è alloggiato in questa locanda. Quando vede donne, sempre si caccia avanti.
ORTENSIA: È ricco?
MIRANDOLINA: Io non so i fatti suoi.

SCENA VENTUNESIMA

Il Marchese e dette.

MARCHESE: È permesso? Si può entrare?
ORTENSIA: Per me è padrone.
MARCHESE: Servo di lor signore.
DEJANIRA: Serva umilissima.
ORTENSIA: La riverisco divotamente.
MARCHESE: Sono forestiere? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Eccellenza sì. Sono venute ad onorare la mia locanda.
ORTENSIA: (È un’Eccellenza! Capperi!), (Da sé.)
DEJANIRA: (Già Ortensia lo vorrà per sé). (Da sé.)
MARCHESE: E chi sono queste signore? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Questa è la Baronessa Ortensia del Poggio, e questa la Contessa Dejanira dal Sole.
MARCHESE: Oh compitissime dame!
ORTENSIA: E ella chi è, signore?
MARCHESE: Io sono il Marchese di Forlipopoli.
DEJANIRA: (La locandiera vuol seguitare a far la commedia). (Da sé.)
ORTENSIA: Godo aver l’onore di conoscere un cavaliere così compito.
MARCHESE: Se vi potessi servire, comandatemi. Ho piacere che siate venute ad alloggiare in questa locanda. Troverete una padrona di garbo.
MIRANDOLINA: Questo cavaliere è pieno di bontà. Mi onora della sua protezione.
MARCHESE: Sì, certamente. Io la proteggo, e proteggo tutti quelli che vengono nella sua locanda; e se vi occorre nulla, comandate.
ORTENSIA: Occorrendo, mi prevarrò delle sue finezze.
MARCHESE: Anche voi, signora Contessa, fate capitale di me.
DEJANIRA: Potrò ben chiamarmi felice, se avrò l’alto onore di essere annoverata nel ruolo delle sue umilissime serve.
MIRANDOLINA: (Ha detto un concetto da commedia). (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: (Il titolo di Contessa l’ha posta in soggezione). (A Mirandolina.)
(Il Marchese tira fuori di tasca un bel fazzoletto di seta, lo spiega, e finge volersi asciugar la fronte.)
MIRANDOLINA: Un gran fazzoletto, signor Marchese!
MARCHESE: Ah! Che ne dite? È bello? Sono di buon gusto io? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Certamente è di ottimo gusto.
MARCHESE: Ne avete più veduti di così belli? (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: È superbo. Non ho veduto il compagno. (Se me lo donasse, lo prenderei). (Da sé.)
MARCHESE: Questo viene da Londra. (A Dejanira.)
DEJANIRA: È bello, mi piace assai.
MARCHESE: Son di buon gusto io?
DEJANIRA: (E non dice a’ vostri comandi). (Da sé.)
MARCHESE: M’impegno che il Conte non sa spendere. Getta via il denaro, e non compra mai una galanteria di buon gusto.
MIRANDOLINA: Il signor Marchese conosce, distingue, sa, vede, intende.
MARCHESE (piega il fazzoletto con attenzione): Bisogna piegarlo bene, acciò non si guasti. Questa sorta di roba bisogna custodirla con attenzione. Tenete. (Lo presenta a Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Vuole ch’io lo faccia mettere nella sua camera?
MARCHESE: No. Mettetelo nella vostra.
MIRANDOLINA: Perché… nella mia?
MARCHESE: Perché… ve lo dono.
MIRANDOLINA: Oh, Eccellenza, perdoni…
MARCHESE: Tant’è. Ve lo dono.
MIRANDOLINA: Ma io non voglio.
MARCHESE: Non mi fate andar in collera.
MIRANDOLINA: Oh, in quanto a questo poi, il signor Marchese lo sa, io non voglio disgustar nessuno. Acciò non vada in collera, lo prenderò.
DEJANIRA: (Oh che bel lazzo!). (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: (E poi dicono delle commedianti). (A Dejanira.)
MARCHESE: Ah! Che dite? Un fazzoletto di quella sorta, l’ho donato alla mia padrona di casa. (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: È un cavaliere generoso.
MARCHESE: Sempre così.
MIRANDOLINA: (Questo è il primo regalo che mi ha fatto, e non so come abbia avuto quel fazzoletto). (Da sé.)
DEJANIRA: Signor Marchese, se ne trovano di quei fazzoletti in Firenze? Avrei volontà d’averne uno compagno.
MARCHESE: Compagno di questo sarà difficile; ma vedremo.
MIRANDOLINA: (Brava la signora Contessina). (Da sé.)
ORTENSIA: Signor Marchese, voi che siete pratico della città, fatemi il piacere di mandarmi un bravo calzolaro, perché ho bisogno di scarpe.
MARCHESE: Sì, vi manderò il mio.
MIRANDOLINA: (Tutte alla vita; ma non ce n’è uno per la rabbia). (Da sé.)
ORTENSIA: Caro signor Marchese, favorirà tenerci un poco di compagnia.
DEJANIRA: Favorirà a pranzo con noi.
MARCHESE: Sì, volentieri. (Ehi Mirandolina, non abbiate gelosia, son vostro, già lo sapete).
MIRANDOLINA: (S’accomodi pure: ho piacere che si diverta). (Al Marchese.)
ORTENSIA: Voi sarete la nostra conversazione.
DEJANIRA: Non conosciamo nessuno. Non abbiamo altri che voi.
MARCHESE: Oh care le mie damine! Vi servirò di cuore.

SCENA VENTIDUESIMA

Il Conte e detti.

CONTE: Mirandolina, io cercava voi.
MIRANDOLINA: Son qui con queste dame.
CONTE: Dame? M’inchino umilmente.
ORTENSIA: Serva divota. (Questo è un guasco più badia! di quell’altro). (Piano a Dejanira.)
DEJANIRA: (Ma io non sono buona per miccheggiare). (Piano ad Ortensia.)
MARCHESE: (Ehi! Mostrate al Conte il fazzoletto). (Piano a Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Osservi signor Conte, il bel regalo che mi ha fatto il signor Marchese. (Mostra il fazzoletto al Conte.)
CONTE: Oh, me ne rallegro! Bravo, signor Marchese.
MARCHESE: Eh niente, niente. Bagattelle. Riponetelo via; non voglio che lo diciate. Quel che fo, non s’ha da sapere.
MIRANDOLINA: (Non s’ha da sapere, e me lo fa mostrare. La superbia contrasta con la povertà). (Da sé.)
CONTE: Con licenza di queste dame, vorrei dirvi una parola. (A Mirandolina.)
ORTENSIA: S’accomodi con libertà.
MARCHESE: Quel fazzoletto in tasca lo manderete a male. (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Eh, lo riporrò nella bambagia, perché non si ammacchi!
CONTE: Osservate questo piccolo gioiello di diamanti. (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Bello assai.
CONTE: È compagno degli orecchini che vi ho donato.
(Ortensia e Dejanira osservano, e parlano piano fra loro.)
MIRANDOLINA: Certo è compagno, ma è ancora più bello.
MARCHESE: (Sia maledetto il Conte, i suoi diamanti, i suoi denari, e il suo diavolo che se lo porti). (Da sé.)
CONTE: Ora, perché abbiate il fornimento compagno, ecco ch’io vi dono il gioiello. (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Non lo prendo assolutamente.
CONTE: Non mi farete questa male creanza.
MIRANDOLINA: Oh! delle male creanze non ne faccio mai. Per non disgustarla, lo prenderò.
(Ortensia e Dejanira parlano come sopra, osservando la generosità del Conte.)
MIRANDOLINA: Ah! Che ne dice, signor Marchese? Questo gioiello non è galante?
MARCHESE: Nel suo genere il fazzoletto è più di buon gusto.
CONTE: Sì, ma da genere a genere vi è una bella distanza.
MARCHESE: Bella cosa! Vantarsi in pubblico di una grande spesa.
CONTE: Sì, sì, voi fate i vostri regali in segreto.
MIRANDOLINA: (Posso ben dire con verità questa volta, che fra due litiganti il terzo gode). (Da sé.)
MARCHESE: E così, damine mie, sarò a pranzo con voi.
ORTENSIA: Quest’altro signore chi è? (Al Conte.)
CONTE: Sono il Conte d’Albafiorita, per obbedirvi.
DEJANIRA: Capperi! È una famiglia illustre, io la conosco. (Anch’ella s’accosta al Conte.)
CONTE: Sono a’ vostri comandi. (A Dejanira.)
ORTENSIA: È qui alloggiato? (Al Conte.)
CONTE: Sì, signora.
DEJANIRA: Si trattiene molto? (Al Conte.)
CONTE: Credo di sì.
MARCHESE: Signore mie, sarete stanche di stare in piedi, volete ch’io vi serva nella vostra camera?
ORTENSIA: Obbligatissima. (Con disprezzo.) Di che paese è, signor Conte?
CONTE: Napolitano.
ORTENSIA: Oh! Siamo mezzi patrioti. Io sono palermitana.
DEJANIRA: Io son romana; ma sono stata a Napoli, e appunto per un mio interesse desiderava parlare con un cavaliere napolitano.
CONTE: Vi servirò, signore. Siete sole? Non avete uomini?
MARCHESE: Ci sono io, signore: e non hanno bisogno di voi.
ORTENSIA: Siamo sole, signor Conte. Poi vi diremo il perché.
CONTE: Mirandolina.
MIRANDOLINA: Signore.
CONTE: Fate preparare nella mia camera per tre. Vi degnerete di favorirmi? (Ad Ortensia e Dejanira.)
ORTENSIA: Riceveremo le vostre finezze.
MARCHESE: Ma io sono stato invitato da queste dame.
CONTE: Esse sono padrone di servirsi come comandano, ma alla mia piccola tavola in più di tre non ci si sta.
MARCHESE: Vorrei veder anche questa…
ORTENSIA: Andiamo, andiamo, signor Conte. Il signor Marchese ci favorirà un’altra volta. (Parte.)
DEJANIRA: Signor Marchese, se trova il fazzoletto, mi raccomando. (Parte.)
MARCHESE: Conte, Conte, voi me la pagherete.
CONTE: Di che vi lagnate?
MARCHESE: Son chi sono, e non si tratta così. Basta… Colei vorrebbe un fazzoletto? Un fazzoletto di quella sorta? Non l’avrà. Mirandolina, tenetelo caro. Fazzoletti di quella sorta non se ne trovano. Dei diamanti se ne trovano, ma dei fazzoletti di quella sorta non se ne trovano. (Parte.)
MIRANDOLINA: (Oh che bel pazzo!). (Da sé.)
CONTE: Cara Mirandolina, avrete voi dispiacere ch’io serva queste due dame?
MIRANDOLINA: Niente affatto, signore.
CONTE: Lo faccio per voi. Lo faccio per accrescer utile ed avventori alla vostra locanda; per altro io son vostro, è vostro il mio cuore, e vostre son le mie ricchezze, delle quali disponetene liberamente, che io vi faccio padrona. (Parte.)

SCENA VENTITREESIMA

MIRANDOLINA (sola): Con tutte le sue ricchezze, con tutti li suoi regali, non arriverà mai ad innamorarmi; e molto meno lo farà il Marchese colla sua ridicola protezione. Se dovessi attaccarmi ad uno di questi due, certamente lo farei con quello che spende più. Ma non mi preme né dell’uno, né dell’altro. Sono in impegno d’innamorar il Cavaliere di Ripafratta, e non darei un tal piacere per un gioiello il doppio più grande di questo. Mi proverò; non so se avrò l’abilità che hanno quelle due brave comiche, ma mi proverò. Il Conte ed il Marchese, frattanto che con quelle si vanno trattenendo, mi lasceranno in pace; e potrò a mio bell’agio trattar col Cavaliere. Possibile ch’ei non ceda? Chi è quello che possa resistere ad una donna, quando le dà tempo di poter far uso dell’arte sua? Chi fugge non può temer d’esser vinto, ma chi si ferma, chi ascolta, e se ne compiace, deve o presto o tardi a suo dispetto cadere. (Parte.)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera del Cavaliere, con tavola apparecchiata per il pranzo e sedie.
Il Cavaliere ed il suo Servitore, poi Fabrizio.
Il Cavaliere passeggia con un libro. Fabrizio mette la zuppa in tavola.

FABRIZIO: Dite al vostro padrone, se vuol restare servito, che la zuppa è in tavola. (Al Servitore.)
SERVITORE: Glielo potete dire anche voi. (A Fabrizio.)
FABRIZIO: È tanto stravagante, che non gli parlo niente volentieri.
SERVITORE: Eppure non è cattivo. Non può veder le donne, per altro cogli uomini è dolcissimo.
FABRIZIO: (Non può veder le donne? Povero sciocco! Non conosce il buono). (Da sé, parte.)
SERVITORE: Illustrissimo, se comoda, è in tavola.
(Il Cavaliere mette giù il libro, e va a sedere a tavola.)
CAVALIERE: Questa mattina parmi che si pranzi prima del solito. (Al Servitore, mangiando.)
(Il Servitore dietro la sedia del Cavaliere, col tondo sotto il braccio.)
SERVITORE: Questa camera è stata servita prima di tutte. Il signor Conte d’Albafiorita strepitava che voleva essere servito il primo, ma la padrona ha voluto che si desse in tavola prima a V.S. illustrissima.
CAVALIERE: Sono obbligato a costei per l’attenzione che mi dimostra.
SERVITORE: È una assai compita donna, illustrissimo. In tanto mondo che ho veduto, non ho trovato una locandiera più garbata di questa.
CAVALIERE: Ti piace, eh? (Voltandosi un poco indietro.)
SERVITORE: Se non fosse per far torto al mio padrone, vorrei venire a stare con Mirandolina per cameriere.
CAVALIERE: Povero sciocco! Che cosa vorresti ch’ella facesse di te? (Gli dà il tondo, ed egli lo muta.)
SERVITORE: Una donna di questa sorta, la vorrei servir come un cagnolino. (Va per un piatto.)
CAVALIERE: Per bacco! Costei incanta tutti. Sarebbe da ridere che incantasse anche me. Orsù, domani me ne vado a Livorno. S’ingegni per oggi, se può, ma si assicuri che non sono sì debole. Avanti ch’io superi l’avversion per le donne, ci vuol altro.

SCENA SECONDA

Il Servitore col lesso ed un altro piatto, e detto.

SERVITORE: Ha detto la padrona, che se non le piacesse il pollastro, le manderà un piccione.
CAVALIERE: Mi piace tutto. E questo che cos’è?
SERVITORE: Disse la padrona, ch’io le sappia dire se a V.S. illustrissima piace questa salsa, che l’ha fatta ella colle sue mani.
CAVALIERE: Costei mi obbliga sempre più. (L’assaggia.) È preziosa. Dille che mi piace, che la ringrazio.
SERVITORE: Glielo dirò, illustrissimo.
CAVALIERE: Vaglielo a dir subito.
SERVITORE: Subito. (Oh che prodigio! Manda un complimento a una donna!). (Da sé, parte.)
CAVALIERE: È una salsa squisita. Non ho sentita la meglio. (Va mangiando.) Certamente, se Mirandolina farà così, avrà sempre de’ forestieri. Buona tavola, buona biancheria. E poi non si può negare che non sia gentile; ma quel che più stimo in lei, è la sincerità. Oh, quella sincerità è pure la bella cosa! Perché non posso io vedere le donne? Perché sono finte, bugiarde, lusinghiere. Ma quella bella sincerità…

SCENA TERZA

Il servitore e detto.

SERVITORE: Ringrazia V.S. illustrissima della bontà che ha d’aggradire le sue debolezze.
CAVALIERE: Bravo, signor cerimoniere, bravo.
SERVITORE: Ora sta facendo colle sue mani un altro piatto; non so dire che cosa sia.
CAVALIERE: Sta facendo?
SERVITORE: Sì signore.
CAVALIERE: Dammi da bere.
SERVITORE: La servo. (Va a prendere da bere.)
CAVALIERE: Orsù, con costei bisognerà corrispondere con generosità. È troppo compita; bisogna pagare il doppio. Trattarla bene, ma andar via presto.
(Il Servitore gli presenta da bere.)
CAVALIERE: Il Conte è andato a pranzo? (Beve.)
SERVITORE: Illustrissimo sì, in questo momento. Oggi fa trattamento. Ha due dame a tavola con lui.
CAVALIERE: Due dame? Chi sono?
SERVITORE: Sono arrivate a questa locanda poche ore sono. Non so chi sieno.
CAVALIERE: Le conosceva il Conte?
SERVITORE: Credo di no; ma appena le ha vedute, le ha invitate a pranzo seco.
CAVALIERE: Che debolezza! Appena vede due donne, subito si attacca. Ed esse accettano. E sa il cielo chi sono; ma sieno quali esser vogliono, sono donne, e tanto basta. Il Conte si rovinerà certamente. Dimmi: il Marchese è a tavola?
SERVITORE: È uscito di casa, e non si è ancora veduto.
CAVALIERE: In tavola. (Fa mutare il tondo.)
SERVITORE: La servo.
CAVALIERE: A tavola con due dame! Oh che bella compagnia! Colle loro smorfie mi farebbero passar l’appetito.

SCENA QUARTA

Mirandolina con un tondo in mano, ed il Servitore, e detto.

MIRANDOLINA: È permesso?
CAVALIERE: Chi è di là?
SERVITORE: Comandi.
CAVALIERE: Leva là quel tondo di mano.
MIRANDOLINA: Perdoni. Lasci ch’io abbia l’onore di metterlo in tavola colle mie mani. (Mette in tavola la vivanda.)
CAVALIERE: Questo non è offizio vostro.
MIRANDOLINA: Oh signore, chi son io? Una qualche signora? Sono una serva di chi favorisce venire alla mia locanda.
CAVALIERE: (Che umiltà!). (Da sé.)
MIRANDOLINA: In verità, non avrei difficoltà di servire in tavola tutti, ma non lo faccio per certi riguardi: non so s’ella mi capisca. Da lei vengo senza scrupoli, con franchezza.
CAVALIERE: Vi ringrazio. Che vivanda è questa?
MIRANDOLINA: Egli è un intingoletto fatto colle mie mani.
CAVALIERE: Sarà buono. Quando lo avete fatto voi, sarà buono.
MIRANDOLINA: Oh! troppa bontà, signore. Io non so far niente di bene; ma bramerei saper fare, per dar nel genio ad un Cavalier sì compìto.
CAVALIERE: (Domani a Livorno). (Da sé.) Se avete che fare, non istate a disagio per me.
MIRANDOLINA: Niente, signore: la casa è ben provveduta di cuochi e servitori. Avrei piacere di sentire, se quel piatto le dà nel genio.
CAVALIERE: Volentieri, subito. (Lo assaggia.) Buono, prezioso. Oh che sapore! Non conosco che cosa sia.
MIRANDOLINA: Eh, io, signore, ho de’ secreti particolari. Queste mani sanno far delle belle cose!
CAVALIERE: Dammi da bere. (Al Servitore, con qualche passione.)
MIRANDOLINA: Dietro questo piatto, signore, bisogna beverlo buono.
CAVALIERE: Dammi del vino di Borgogna. (Al Servitore.)
MIRANDOLINA: Bravissimo. Il vino di Borgogna è prezioso. Secondo me, per pasteggiare è il miglior vino che si possa bere.
(Il Servitore presenta la bottiglia in tavola, con un bicchiere.)
CAVALIERE: Voi siete di buon gusto in tutto.
MIRANDOLINA: In verità, che poche volte m’inganno.
CAVALIERE: Eppure questa volta voi v’ingannate.
MIRANDOLINA: In che, signore?
CAVALIERE: In credere ch’io meriti d’essere da voi distinto.
MIRANDOLINA: Eh, signor Cavaliere… (Sospirando.)
CAVALIERE: Che cosa c’è? Che cosa sono questi sospiri? (Alterato.)
MIRANDOLINA: Le dirò: delle attenzioni ne uso a tutti, e mi rattristo quando penso che non vi sono che ingrati.
CAVALIERE: Io non vi sarò ingrato. (Con placidezza.)
MIRANDOLINA: Con lei non pretendo di acquistar merito, facendo unicamente il mio dovere.
CAVALIERE: No, no, conosco benissimo… Non sono cotanto rozzo quanto voi mi credete. Di me non avrete a dolervi. (Versa il vino nel bicchiere.)
MIRANDOLINA: Ma… signore… io non l’intendo.
CAVALIERE: Alla vostra salute. (Beve.)
MIRANDOLINA: Obbligatissima; mi onora troppo.
CAVALIERE: Questo vino è prezioso.
MIRANDOLINA: Il Borgogna è la mia passione.
CAVALIERE: Se volete, siete padrona. (Le offerisce il vino.)
MIRANDOLINA: Oh! Grazie, signore.
CAVALIERE: Avete pranzato?
MIRANDOLINA: Illustrissimo sì.
CAVALIERE: Ne volete un bicchierino?
MIRANDOLINA: Io non merito queste grazie.
CAVALIERE: Davvero, ve lo do volentieri.
MIRANDOLINA: Non so che dire. Riceverò le sue finezze.
CAVALIERE: Porta un bicchiere. (Al Servitore.)
MIRANDOLINA: No, no, se mi permette: prenderò questo. (Prende il bicchiere del Cavaliere.)
CAVALIERE: Oibò. Me ne sono servito io.
MIRANDOLINA: Beverò le sue bellezze. (Ridendo.)
(Il Servitore mette l’altro bicchiere nella sottocoppa.)
CAVALIERE: Eh galeotta! (Versa il vino.)
MIRANDOLINA: Ma è qualche tempo che ho mangiato: ho timore che mi faccia male.
CAVALIERE: Non vi è pericolo.
MIRANDOLINA: Se mi favorisse un bocconcino di pane…
CAVALIERE: Volentieri. Tenete. (Le dà un pezzo di pane.)
(Mirandolina col bicchiere in una mano, e nell’altra il pane, mostra di stare a disagio, e non saper come fare la zuppa.)
CAVALIERE: Voi state in disagio. Volete sedere?
MIRANDOLINA: Oh! Non son degna di tanto, signore.
CAVALIERE: Via, via, siamo soli. Portale una sedia. (Al Servitore.)
SERVITORE: (Il mio padrone vuol morire: non ha mai fatto altrettanto.) (Da sé; va a prendere la sedia.)
MIRANDOLINA: Se lo sapessero il signor Conte ed il signor Marchese, povera me!
CAVALIERE: Perché?
MIRANDOLINA: Cento volte mi hanno voluto obbligare a bere qualche cosa, o a mangiare, e non ho mai voluto farlo.
CAVALIERE: Via, accomodatevi.
MIRANDOLINA: Per obbedirla. (Siede, e fa la zuppa nel vino.)
CAVALIERE: Senti. (Al Servitore, piano.) (Non lo dire a nessuno, che la padrona sia stata a sedere alla mia tavola).
SERVITORE: (Non dubiti). (Piano.) (Questa novità mi sorprende). (Da sé.)
MIRANDOLINA: Alla salute di tutto quello che dà piacere al signor Cavaliere.
CAVALIERE: Vi ringrazio, padroncina garbata.
MIRANDOLINA: Di questo brindisi alle donne non ne tocca.
CAVALIERE: No? Perché?
MIRANDOLINA: Perché so che le donne non le può vedere.
CAVALIERE: È vero, non le ho mai potute vedere.
MIRANDOLINA: Si conservi sempre così.
CAVALIERE: Non vorrei… (Si guarda dal Servitore.)
MIRANDOLINA: Che cosa, signore?
CAVALIERE: Sentite. (Le parla nell’orecchio.) (Non vorrei che voi mi faceste mutar natura).
MIRANDOLINA: Io, signore? Come?
CAVALIERE: Va via. (Al Servitore.)
SERVITORE: Comanda in tavola?
CAVALIERE: Fammi cucinare due uova, e quando son cotte, portale.
SERVITORE: Coma le comanda le uova?
CAVALIERE: Come vuoi, spicciati.
SERVITORE: Ho inteso. (Il padrone si va riscaldando). (Da sé, parte.)
CAVALIERE: Mirandolina, voi siete una garbata giovine.
MIRANDOLINA: Oh signore, mi burla
CAVALIERE: Sentite. Voglio dirvi una cosa vera, verissima, che ritornerà in vostra gloria.
MIRANDOLINA: La sentirò volentieri.
CAVALIERE: Voi siete la prima donna di questo mondo, con cui ho avuto la sofferenza di trattar con piacere.
MIRANDOLINA: Le dirò, signor Cavaliere: non già ch’io meriti niente, ma alle volte si danno questi sangui che s’incontrano. Questa simpatia, questo genio, si dà anche fra persone che non si conoscono. Anch’io provo per lei quello che non ho sentito per alcun altro.
CAVALIERE: Ho paura che voi mi vogliate far perdere la mia quiete.
MIRANDOLINA: Oh via, signor Cavaliere, se è un uomo savio, operi da suo pari. Non dia nelle debolezze degli altri. In verità, se me n’accorgo, qui non ci vengo più. Anch’io mi sento un non so che di dentro, che non ho più sentito; ma non voglio impazzire per uomini, e molto meno per uno che ha in odio le donne; e che forse forse per provarmi, e poi burlarsi di me, viene ora con un discorso nuovo a tentarmi. Signor Cavaliere, mi favorisca un altro poco di Borgogna.
CAVALIERE: Eh! Basta… (Versa il vino in un bicchiere.)
MIRANDOLINA: (Sta lì lì per cadere). (Da sé.)
CAVALIERE: Tenete. (Le dà il bicchiere col vino.)
MIRANDOLINA: Obbligatissima. Ma ella non beve?
CAVALIERE: Sì, beverò. (Sarebbe meglio che io mi ubbriacassi. Un diavolo scaccerebbe l’altro). (Da sé, versa il vino nel suo bicchiere.)
MIRANDOLINA: Signor Cavaliere. (Con vezzo.)
CAVALIERE: Che c’è?
MIRANDOLINA: Tocchi. (Gli fa toccare il bicchiere col suo.) Che vivano i buoni amici.
CAVALIERE: Che vivano. (Un poco languente.)
MIRANDOLINA: Viva… chi si vuol bene… senza malizia tocchi!
CAVALIERE: Evviva…

SCENA QUINTA

Il Marchese e detti.

MARCHESE: Son qui ancor io. E che viva?
CAVALIERE: Come, signor Marchese? (Alterato.)
MARCHESE: Compatite, amico. Ho chiamato. Non c’è nessuno.
MIRANDOLINA: Con sua licenza… (Vuol andar via.)
CAVALIERE: Fermatevi. (A Mirandolina.) Io non mi prendo con voi cotanta libertà. (Al Marchese.)
MARCHESE: Vi domando scusa. Siamo amici. Credeva che foste solo. Mi rallegro vedervi accanto alla nostra adorabile padroncina. Ah! Che dite? Non è un capo d’opera?
MIRANDOLINA: Signore, io ero qui per servire il signor Cavaliere. Mi è venuto un poco di male, ed egli mi ha soccorso con un bicchierin di Borgogna.
MARCHESE: È Borgogna quello? (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Sì, è Borgogna.
MARCHESE: Ma di quel vero?
CAVALIERE: Almeno l’ho pagato per tale.
MARCHESE: Io me n’intendo. Lasciate che lo senta, e vi saprò dire se è, o se non è.
CAVALIERE: Ehi! (Chiama.)

SCENA SESTA

Il Servitore colle ova, e detti.

CAVALIERE: Un bicchierino al Marchese. (Al Servitore.)
MARCHESE: Non tanto piccolo il bicchierino. Il Borgogna non è liquore. Per giudicarne bisogna beverne a sufficienza.
SERVITORE: Ecco le ova. (Vuol metterle in tavola.)
CAVALIERE: Non voglio altro.
MARCHESE: Che vivanda è quella?
CAVALIERE: Ova.
MARCHESE: Non mi piacciono. (Il Servitore le porta via.)
MIRANDOLINA: Signor Marchese, con licenza del signor Cavaliere, senta quell’intingoletto fatto colle mie mani.
MARCHESE: Oh sì. Ehi. Una sedia. (Il Servitore gli reca una sedia e mette il bicchiere sulla sottocoppa.) Una forchetta.
CAVALIERE: Via, recagli una posata. (Il Servitore la va a prendere.)
MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, ora sto meglio. Me n’anderò. (S’alza.)
MARCHESE: Fatemi il piacere, restate ancora un poco.
MIRANDOLINA: Ma signore, ho da attendere a’ fatti miei; e poi il signor Cavaliere…
MARCHESE: Vi contentate ch’ella resti ancora un poco? (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Che volete da lei?
MARCHESE: Voglio farvi sentire un bicchierino di vin di Cipro che, da che siete al mondo, non avrete sentito il compagno. E ho piacere che Mirandolina lo senta, e dica il suo parere.
CAVALIERE: Via, per compiacere il signor Marchese, restate. (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Il signor Marchese mi dispenserà.
MARCHESE: Non volete sentirlo?
MIRANDOLINA: Un’altra volta, Eccellenza.
CAVALIERE: Via, restate.
MIRANDOLINA: Me lo comanda? (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Vi dico che restiate.
MIRANDOLINA: Obbedisco. (Siede.)
CAVALIERE: (Mi obbliga sempre più). (Da sé.)
MARCHESE: Oh che roba! Oh che intingolo! Oh che odore! Oh che sapore! (Mangiando.)
CAVALIERE: (Il Marchese avrà gelosia, che siate vicina a me). (Piano a Mirandolina.)
MIRANDOLINA: (Non m’importa di lui né poco, né molto). (Piano al Cavaliere.)
CAVALIERE: (Siete anche voi nemica degli uomini?). (Piano a Mirandolina.)
MIRANDOLINA: (Come ella lo è delle donne). (Come sopra.)
CAVALIERE: (Queste mie nemiche si vanno vendicando di me). (Come sopra.)
MIRANDOLINA: (Come, signore?). (Come sopra.)
CAVALIERE: (Eh! furba! Voi vedrete benissimo…). (Come sopra.)
MARCHESE: Amico, alla vostra salute. (Beve il vino di Borgogna.)
CAVALIERE: Ebbene? Come vi pare?
MARCHESE: Con vostra buona grazia, non val niente. Sentite il mio vin di Cipro.
CAVALIERE: Ma dov’è questo vino di Cipro?
MARCHESE: L’ho qui, l’ho portato con me, voglio che ce lo godiamo: ma! è di quello. Eccolo. (Tira fuori una bottiglia assai piccola.)
MIRANDOLINA: Per quel che vedo, signor Marchese, non vuole che il suo vino ci vada alla testa.
MARCHESE: Questo? Si beve a gocce, come lo spirito di melissa. Ehi? Li bicchierini. (Apre la bottiglia.)
SERVITORE (porta de’ bicchierini da vino di Cipro.)
MARCHESE: Eh, son troppo grandi. Non ne avete di più piccoli? (Copre la bottiglia colla mano.)
CAVALIERE: Porta quei da rosolio. (Al Servitore.)
MIRANDOLINA: Io credo che basterebbe odorarlo.
MARCHESE: Uh caro! Ha un odor che consola. (Lo annusa.)
SERVITORE (porta tre bicchierini sulla sottocoppa.)
MARCHESE (versa pian piano, e non empie li bicchierini, poi lo dispensa al Cavaliere, a Mirandolina, e l’altro per sé, turando bene la bottiglia): Che nettare! Che ambrosia! Che manna distillata! (Bevendo.)
CAVALIERE: (Che vi pare di questa porcheria?). (A Mirandolina, piano.)
MIRANDOLINA: (Lavature di fiaschi). (Al Cavaliere, piano.)
MARCHESE: Ah! Che dite? (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Buono, prezioso.
MARCHESE: Ah! Mirandolina, vi piace?
MIRANDOLINA: Per me, signore, non posso dissimulare; non mi piace, lo trovo cattivo, e non posso dir che sia buono. Lodo chi sa fingere. Ma chi sa fingere in una cosa, saprà fingere nell’altre ancora.
CAVALIERE: (Costei mi dà un rimprovero; non capisco il perché). (Da sé.)
MARCHESE: Mirandolina, voi di questa sorta di vini non ve ne intendete. Vi compatisco. Veramente il fazzoletto che vi ho donato, l’avete conosciuto e vi è piaciuto, ma il vin di Cipro non lo conoscete. (Finisce di bere.)
MIRANDOLINA: (Sente come si vanta?). (Al Cavaliere, piano.)
CAVALIERE: (Io non farei così). (A Mirandolina, piano.)
MIRANDOLINA: (Il di lei vanto sta nel disprezzare le donne). (Come sopra.)
CAVALIERE: (E il vostro nel vincere tutti gli uomini). (Come sopra.)
MIRANDOLINA: (Tutti no). (Con vezzo, al Cavaliere, piano.)
CAVALIERE: (Tutti sì.) (Con qualche passione, piano a Mirandolina.)
MARCHESE: Ehi? Tre bicchierini politi. (Al Servitore, il quale glieli porta sopra una sottocoppa.)
MIRANDOLINA: Per me non ne voglio più.
MARCHESE: No, no, non dubitate: non faccio per voi. (Mette del vino di Cipro nei tre bicchieri.) Galantuomo, con licenza del vostro padrone, andate dal Conte d’Albafiorita, e ditegli per parte mia, forte, che tutti sentano, che lo prego di assaggiare un poco del mio vino di Cipro.
SERVITORE: Sarà servito. (Questo non li ubbriaca certo. (Da sé; parte.)
CAVALIERE: Marchese, voi siete assai generoso.
MARCHESE: Io? Domandatelo a Mirandolina.
MIRANDOLINA: Oh certamente!
MARCHESE: L’ha veduto il fazzoletto il Cavaliere? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Non lo ha ancora veduto.
MARCHESE: Lo vedrete. (Al Cavaliere.) Questo poco di balsamo me lo salvo per questa sera. (Ripone la bottiglia con un dito di vino avanzato.)
MIRANDOLINA: Badi che non gli faccia male, signor Marchese.
MARCHESE: Eh! Sapete che cosa mi fa male? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Che cosa?
MARCHESE: I vostri begli ochhi.
MIRANDOLINA: Davvero?
MARCHESE: Cavaliere mio, io sono innamorato di costei perdutamente.
CAVALIERE: Me ne dispiace.
MARCHESE: Voi non avete mai provato amore per le donne. Oh, se lo provaste, compatireste ancora me.
CAVALIERE: Sì, vi compatisco.
MARCHESE: E son geloso come una bestia. La lascio stare vicino a voi, perché so chi siete; per altro non lo soffrirei per centomila doppie.
CAVALIERE: (Costui principia a seccarmi). (Da sé.)

SCENA SETTIMA

Il Servitore con una bottiglia sulla sottocoppa, e detti.

SERVITORE: Il signor Conte ringrazia V.E., e manda una bottiglia di vino di Canarie. (Al Marchese.)
MARCHESE: Oh, oh, vorrà mettere il suo vin di Canarie col mio vino di Cipro? Lascia vedere. Povero pazzo! È una porcheria, lo conosco all’odore. (S’alza e tiene la bottiglia in mano.)
CAVALIERE: Assaggiatelo prima. (Al Marchese.)
MARCHESE: Non voglio assaggiar niente. Questa è una impertinenza che mi fa il Conte, compagna di tante altre. Vuol sempre starmi al di sopra. Vuol soverchiarmi, vuol provocarmi, per farmi far delle bestialità. Ma giuro al cielo, ne farò una che varrà per cento. Mirandolina, se non lo cacciate via, nasceranno delle cose grandi, sì, nasceranno delle cose grandi. Colui è un temerario. Io son chi sono, e non voglio soffrire simile affronti. (Parte, e porta via la bottiglia.)

SCENA OTTAVA

Il Cavaliere, Mirandolina ed il Servitore.

CAVALIERE: Il povero Marchese è pazzo.
MIRANDOLINA: Se a caso mai la bile gli facesse male, ha portato via la bottiglia per ristorarsi.
CAVALIERE: È pazzo, vi dico. E voi lo avete fatto impazzire.
MIRANDOLINA: Sono di quelle che fanno impazzare gli uomini?
CAVALIERE: Sì, voi siete… (Con affanno.)
MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, con sua licenza. (S’alza.)
CAVALIERE: Fermatevi.
MIRANDOLINA: Perdoni; io non faccio impazzare nessuno. (Andando.)
CAVALIERE: Ascoltatemi. (S’alza, ma resta alla tavola.)
MIRANDOLINA: Scusi. (Andando.)
CAVALIERE: Fermatevi, vi dico. (Con imperio.)
MIRANDOLINA: Che pretende da me? (Con alterezza voltandosi.)
CAVALIERE: Nulla. (Si confonde.) Beviamo un altro bicchiere di Borgogna.
MIRANDOLINA: Via signore, presto, presto, che me ne vada.
CAVALIERE: Sedete.
MIRANDOLINA: In piedi, in piedi.
CAVALIERE: Tenete. (Con dolcezza le dà il bicchiere.)
MIRANDOLINA: Faccio un brindisi, e me ne vado subito. Un brindisi che mi ha insegnato mia nonna.

Viva Bacco, e viva Amore:
L’uno e l’altro ci consola;
Uno passa per la gola,
L’altro va dagli occhi al cuore.
Bevo il vin, cogli occhi poi…
Faccio quel che fate voi.

(Parte.)

SCENA NONA

Il Cavaliere, ed il Servitore.

CAVALIERE: Bravissima, venite qui: sentite. Ah malandrina! Se nè fuggita. Se n’è fuggita, e mi ha lasciato cento diavoli che mi tormentano.
SERVITORE: Comanda le frutta in tavola? (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Va al diavolo ancor tu. (Il Servitore parte.) Bevo il vin, cogli occhi poi, faccio quel che fate voi? Che brindisi misterioso è questo? Ah maladetta, ti conosco. Mi vuoi abbattere, mi vuoi assassinare. Ma lo fa con tanta grazia! Ma sa così bene insinuarsi… Diavolo, diavolo, me la farai tu vedere? No, anderò a Livorno. Costei non la voglio più rivedere. Che non mi venga più tra i piedi. Maledettissime donne! Dove vi sono donne, lo giuro non vi anderò mai più. (Parte.)

SCENA DECIMA

Camera del Conte.
Il Conte d’Albafiorita, Ortensia e Dejanira.

CONTE: Il Marchese di Forlipopoli è un carattere curiosissimo. È nato nobile, non si può negare; ma fra suo padre e lui hanno dissipato, ed ora non ha appena da vivere. Tuttavolta gli piace fare il grazioso.
ORTENSIA: Si vede che vorrebbe essere generoso, ma non ne ha.
DEJANIRA: Dona quel poco che può, e vuole che tutto il mondo lo sappia.
CONTE: Questo sarebbe un bel carattere per una delle vostre commedie.
ORTENSIA: Aspetti che arrivi la compagnia, e che si vada in teatro, e può darsi che ce lo godiamo.
DEJANIRA: Abbiamo noi dei personaggi, che per imitare i caratteri sono fatti a posta.
CONTE: Ma se volete che ce lo godiamo, bisogna che con lui seguitiate a fingervi dame.
ORTENSIA: Io lo farò certo. Ma Dejanira subito dà di bianco.
DEJANIRA: Mi vien da ridere, quando i gonzi mi credono una signora.
CONTE: Con me avete fatto bene a scoprirvi. In questa maniera mi date campo di far qualche cosa in vostro vantaggio.
ORTENSIA: Il signor Conte sarà il nostro protettore.
DEJANIRA: Siamo amiche, goderemo unitamente le di lei grazie.
CONTE: Vi dirò, vi parlerò con sincerità. Vi servirò, dove potrò farlo, ma ho un certo impegno, che non mi permetterà frequentare la vostra casa.
ORTENSIA: Ha qualche amoretto, signor Conte?
CONTE: Sì, ve lo dirò in confidenza. La padrona della locanda.
ORTENSIA: Capperi! Veramente una gran signora! Mi meraviglio di lei, signor Conte, che si perda con una locandiera!
DEJANIRA: Sarebbe minor male, che si compiacesse d’impiegare le sue finezze per una comica.
CONTE: Il far all’amore con voi altre, per dirvela, mi piace poco. Ora ci siete, ora non ci siete.
ORTENSIA: Non è meglio così, signore? In questa maniera non si eternano le amicizie, e gli uomini non si rovinano.
CONTE: Ma io, tant’è, sono impegnato; le voglio bene, e non la vo’ disgustare.
DEJANIRA: Ma che cosa ha di buono costei?
CONTE: Oh! Ha del buono assai.
ORTENSIA: Ehi, Dejanira. È bella, rossa. (Fa cenno che si belletta.)
CONTE: Ha un grande spirito.
DEJANIRA: Oh, in materia di spirito, la vorreste mettere con noi?
CONTE: Ora basta. Sia come esser si voglia; Mirandolina mi piace, e se volete la mia amicizia, avete a dirne bene, altrimenti fate conto di non avermi mai conosciuto.
ORTENSIA: Oh signor Conte, per me dico che Mirandolina è una dea Venere.
DEJANIRA: Sì, sì, vero. Ha dello spirito, parla bene.
CONTE: Ora mi date gusto.
ORTENSIA: Quando non vuol altro, sarà servito.
CONTE: Oh! Avete veduto quello ch’è passato per sala? (Osservando dentro la scena.)
ORTENSIA: L’ho veduto.
CONTE: Quello è un altro bel carattere da commedia.
ORTENSIA: È uno che non può vedere le donne.
DEJANIRA: Oh che pazzo!
ORTENSIA: Avrà qualche brutta memoria di qualche donna.
CONTE: Oibò; non è mai stato innamorato. Non ha mai voluto trattar con donne. Le sprezza tutte, e basta dire che egli disprezza ancora Mirandolina.
ORTENSIA: Poverino! Se mi ci mettessi attorno io, scommetto lo farei cambiare opinione.
DEJANIRA: Veramente una gran cosa! Questa è un’impresa che la vorrei pigliare sopra di me.
CONTE: Sentite, amiche. Così per puro divertimento. Se vi dà l’anima d’innamorarlo, da cavaliere vi faccio un bel regalo.
ORTENSIA: Io non intendo essere ricompensata per questo: lo farò per mio spasso.
DEJANIRA: Se il signor Conte vuol usarci qualche finezza, non l’ha da fare per questo. Sinché arrivano i nostri compagni, ci divertiremo un poco.
CONTE: Dubito che non farete niente.
ORTENSIA: Signor Conte, ha ben poca stima di noi.
DEJANIRA: Non siamo vezzose come Mirandolina; ma finalmente sappiamo qualche poco il viver del mondo.
CONTE: Volete che lo mandiamo a chiamare?
ORTENSIA: Faccia come vuole.
CONTE: Ehi? Chi è di là?

SCENA UNDICESIMA

Il Servitore del Conte, e detti.

CONTE: Di’ al Cavaliere di Ripafratta, che favorisca venir da me, che mi preme di parlargli. (Al Servitore.)
SERVITORE: Nella sua camera so che non c’è.
CONTE: L’ho veduto andar verso la cucina. Lo troverai.
SERVITORE: Subito. (Parte.)
CONTE: (Che mai è andato a far verso la cucina? Scommetto che è andato a strapazzare Mirandolina, perché gli ha dato mal da mangiare). (Da sé.)
ORTENSIA: Signor Conte, io aveva pregato il signor Marchese che mi mandasse il suo calzolaro, ma ho paura di non vederlo.
CONTE: Non pensate altro. Vi servirò io.
DEJANIRA: A me aveva il signor Marchese promesso un fazzoletto. Ma! ora me lo porta!
CONTE: De’ fazzoletti ne troveremo.
DEJANIRA: Egli è che ne avevo proprio di bisogno.
CONTE: Se questo vi gradisce, siete padrona. È pulito. (Le offre il suo di seta.)
DEJANIRA: Obbligatissima alle sue finezze.
CONTE: Oh! Ecco il Cavaliere. Sarà meglio che sostenghiate il carattere di dame, per poterlo meglio obbligare ad ascoltarvi per civiltà. Ritiratevi un poco indietro; che, se vi vede, fugge.
ORTENSIA: Come si chiama?
CONTE: Il Cavaliere di Ripafratta, toscano.
DEJANIRA: Ha moglie?
CONTE: Non può vedere le donne.
ORTENSIA: È ricco? (Ritirandosi.)
CONTE: Sì, Molto.
DEJANIRA: È generoso? (Ritirandosi.)
CONTE: Piuttosto.
DEJANIRA: Venga, venga. (Si ritira.)
ORTENSIA: Tempo, e non dubiti. (Si ritira.)

SCENA DODICESIMA

Il Cavaliere e detti.

CAVALIERE: Conte, siete voi che mi volete?
CONTE: Sì; io v’ho dato il presente incomodo.
CAVALIERE: Che cosa posso fare per servirvi?
CONTE: Queste due dame hanno bisogno di voi. (Gli addita le due donne, le quali subito s’avanzano.)
CAVALIERE: Disimpegnatemi. Io non ho tempo di trattenermi.
ORTENSIA: Signor Cavaliere, non intendo di recargli incomodo.
DEJANIRA: Una parola in grazia, signor Cavaliere.
CAVALIERE: Signore mie, vi supplico perdonarmi. Ho un affar di premura.
ORTENSIA: In due parole vi sbrighiamo.
DEJANIRA: Due paroline, e non più, signore.
CAVALIERE: (Maledettissimo Conte!). (Da sé.)
CONTE: Caro amico, due dame che pregano, vuole la civiltà che si ascoltino.
CAVALIERE: Perdonate. In che vi posso servire? (Alle donne, con serietà.)
ORTENSIA: Non siete voi toscano, signore?
CAVALIERE: Sì, signora.
DEJANIRA: Avrete degli amici in Firenze?
CAVALIERE: Ho degli amici, e ho de’ parenti.
DEJANIRA: Sappiate, signore… Amica, principiate a dir voi. (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: Dirò, signor Cavaliere… Sappia che un certo caso…
CAVALIERE: Via, signore, vi supplico. Ho un affar di premura.
CONTE: Orsù, capisco che la mia presenza vi dà soggezione. Confidatevi con libertà al Cavaliere, ch’io vi levo l’incomodo. (Partendo.)
CAVALIERE: No, amico, restate… Sentite.
CONTE: So il mio dovere. Servo di lor signore. (Parte.)

SCENA TREDICESIMA

Ortensia, Dejanira ed il Cavaliere.

ORTENSIA: Favorisca, sediamo.
CAVALIERE: Scusi, non ho volontà di sedere.
DEJANIRA: Così rustico colle donne?
CAVALIERE: Favoriscano dirmi che cosa vogliono.
ORTENSIA: Abbiamo bisogno del vostro aiuto, della vostra protezione, della vostra bontà.
CAVALIERE: Che cosa vi è accaduto?
DEJANIRA: I nostri mariti ci hanno abbandonate.
CAVALIERE: Abbandonate? Come! Due dame abbandonate? Chi sono i vostri mariti? (Con alterezza.)
DEJANIRA: Amica, non vado avanti sicuro. (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: (È tanto indiavolato, che or ora mi confondo ancor io). (Da sé.)
CAVALIERE: Signore, vi riverisco. (In atto di partire.)
ORTENSIA: Come! Così ci trattate?
DEJANIRA: Un cavaliere tratta così?
CAVALIERE: Perdonatemi. Io son uno che ama assai la mia pace. Sento due dame abbandonate dai loro mariti. Qui ci saranno degl’impegni non pochi; io non sono atto a’ maneggi. Vivo a me stesso. Dame riveritissime, da me non potete sperare né consiglio, né aiuto.
ORTENSIA: Oh via, dunque; non lo tenghiamo più in soggezione il nostro amabilissimo Cavaliere.
DEJANIRA: Sì, parliamogli con sincerità.
CAVALIERE: Che nuovo linguaggio è questo?
ORTENSIA: Noi non siamo dame.
CAVALIERE: No?
DEJANIRA: Il signor Conte ha voluto farvi uno scherzo.
CAVALIERE: Lo scherzo è fatto. Vi riverisco. (Vuol partire.)
ORTENSIA: Fermatevi un momento.
CAVALIERE: Che cosa volete?
DEJANIRA: Degnateci per un momento della vostra amabile conversazione.
CAVALIERE: Ho che fare. Non posso trattenermi.
ORTENSIA: Non vi vogliamo già mangiar niente.
DEJANIRA: Non vi leveremo la vostra reputazione.
ORTENSIA: Sappiamo che non potete vedere le donne.
CAVALIERE: Se lo sapete, l’ho caro. Vi riverisco. (Vuol partire.)
ORTENSIA: Ma sentite: noi non siamo donne che possano darvi ombra.
CAVALIERE: Chi siete?
ORTENSIA: Diteglielo voi, Dejanira.
DEJANIRA: Glielo potete dire anche voi.
CAVALIERE: Via, chi siete?
ORTENSIA: Siamo due commedianti.
CAVALIERE: Due commedianti! Parlate, parlate, che non ho più paura di voi. Son ben prevenuto in favore dell’arte vostra.
ORTENSIA: Che vuol dire? Spiegatevi.
CAVALIERE: So che fingete in iscena e fuor di scena; e con tal prevenzione non ho paura di voi.
DEJANIRA: Signore, fuori di scena io non so fingere.
CAVALIERE: Come si chiama ella? La signora Sincera? (A Dejanira.)
DEJANIRA: Io mi chiamo…
CAVALIERE: È ella la signora Buonalana? (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: Caro signor Cavaliere…
CAVALIERE: Come si diletta di miccheggiare? (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: Io non sono…
CAVALIERE: I gonzi come li tratta, padrona mia? (A Dejanira.)
DEJANIRA: Non son di quelle…
CAVALIERE: Anch’io so parlar in gergo.
ORTENSIA: Oh che caro signor Cavaliere! (Vuol prenderlo per un braccio.)
CAVALIERE: Basse le cere. (Dandole nelle mani.)
ORTENSIA: Diamine! Ha più del contrasto, che del Cavaliere.
CAVALIERE: Contrasto vuol dire contadino. Vi ho capito. E vi dirò che siete due impertinenti.
DEJANIRA: A me questo?
ORTENSIA: A una donna della mia sorte?
CAVALIERE: Bello quel viso trionfato! (Ad Ortensia.)
ORTENSIA: (Asino!). (Parte.)
CAVALIERE: Bello quel tuppè finto! (A Dejanira.)
DEJANIRA: (Maledetto). (Parte.)

SCENA QUATTORDICESIMA

Il Cavaliere, poi il di lui Servitore.

CAVALIERE: Ho trovata ben io la maniera di farle andare. Che si pensavano? Di tirarmi nella rete? Povere sciocche! Vadano ora dal Conte e gli narrino la bella scena. Se erano dame, per rispetto mi conveniva fuggire; ma quando posso, le donne le strapazzo col maggior piacere del mondo. Non ho però potuto strapazzar Mirandolina. Ella mi ha vinto con tanta civiltà, che mi trovo obbligato quasi ad amarla. Ma è donna; non me ne voglio fidare. Voglio andar via. Domani anderò via. Ma se aspetto a domani? Se vengo questa sera a dormir a casa, chi mi assicura che Mirandolina non finisca a rovinarmi? (Pensa.) Sì; facciamo una risoluzione da uomo.
SERVITORE: Signore.
CAVALIERE: Che cosa vuoi?
SERVITORE: Il signor Marchese è nella di lei camera che l’aspetta, perché desidera di parlargli.
CAVALIERE: Che vuole codesto pazzo? Denari non me ne cava più di sotto. Che aspetti, e quando sarà stracco di aspettare, se n’anderà. Va dal cameriere della locanda e digli che subito porti il mio conto.
SERVITORE: Sarà obbedita. (In atto di partire.)
CAVALIERE: Senti. Fa che da qui a due ore siano pronti i bauli.
SERVITORE: Vuol partire forse?
CAVALIERE: Sì, portami qui la spada ed il cappello, senza che se n’accorga il Marchese.
SERVITORE: Ma se mi vede fare i bauli?
CAVALIERE: Dica ciò che vuole. M’hai inteso.
SERVITORE: (Oh, quanto mi dispiace andar via, per causa di Mirandolina!), (Da sé, parte.)
CAVALIERE: Eppure è vero. Io sento nel partir di qui una dispiacenza nuova, che non ho mai provata. Tanto peggio per me, se vi restassi. Tanto più presto mi conviene partire. Sì, donne, sempre più dirò male di voi; sì, voi ci fate del male, ancora quando ci volete fare del bene.

SCENA QUINDICESIMA

Fabrizio e detto.

FABRIZIO: È vero, signore, che vuole il conto?
CAVALIERE: Sì, l’avete portato?
FABRIZIO: Adesso la padrona lo fa.
CAVALIERE: Ella fa i conti?
FABRIZIO: Oh, sempre ella. Anche quando viveva suo padre. Scrive e sa far di conto meglio di qualche giovane di negozio.
CAVALIERE: (Che donna singolare è costei!). (Da sé.)
FABRIZIO: Ma vuol ella andar via così presto?
CAVALIERE: Sì, così vogliono i miei affari.
FABRIZIO: La prego di ricordarsi del cameriere.
CAVALIERE: Portate il conto, e so quel che devo fare.
FABRIZIO: Lo vuol qui il conto?
CAVALIERE: Lo voglio qui; in camera per ora non ci vado.
FABRIZIO: Fa bene; in camera sua vi è quel seccatore del signor Marchese. Carino! Fa l’innamorato della padrona; ma può leccarsi le dita. Mirandolina deve esser mia moglie.
CAVALIERE: Il conto. (Alterato.)
FABRIZIO: La servo subito. (Parte.)

SCENA SEDICESIMA

CAVALIERE (solo): Tutti sono invaghiti di Mirandolina. Non è maraviglia, se ancor io principiava a sentirmi accendere. Ma anderò via; supererò questa incognita forza… Che vedo? Mirandolina? Che vuole da me? Ha un foglio in mano. Mi porterà il conto. Che cosa ho da fare? Convien soffrire quest’ultimo assalto. Già da qui a due ore io parto.

SCENA DICIASSETTESIMA

Mirandolina con un foglio in mano, e detto.

MIRANDOLINA: Signore. (Mestamente.)
CAVALIERE: Che c’è, Mirandolina?
MIRANDOLINA: Perdoni. (Stando indietro.)
CAVALIERE: Venite avanti.
MIRANDOLINA: Ha domandato il suo conto; l’ho servita. (Mestamente.)
CAVALIERE: Date qui.
MIRANDOLINA: Eccolo. (Si asciuga gli occhi col grembiale, nel dargli il conto.)
CAVALIERE: Che avete? Piangete?
MIRANDOLINA: Niente, signore, mi è andato del fumo negli occhi.
CAVALIERE: Del fumo negli occhi? Eh! basta… quanto importa il conto? (legge.) Venti paoli? In quattro giorni un trattamento si generoso: venti paoli?
MIRANDOLINA: Quello è il suo conto.
CAVALIERE: E i due piatti particolari che mi avete dato questa mattina, non ci sono nel conto?
MIRANDOLINA: Perdoni. Quel ch’io dono, non lo metto in conto.
CAVALIERE: Me li avete voi regalati?
MIRANDOLINA: Perdoni la libertà. Gradisca per un atto di… (Si copre, mostrando di piangere.)
CAVALIERE: Ma che avete?
MIRANDOLINA: Non so se sia il fumo, o qualche flussione di occhi.
CAVALIERE: Non vorrei che aveste patito, cucinando per me quelle due preziose vivande.
MIRANDOLINA: Se fosse per questo, lo soffrirei… volentieri… (Mostra trattenersi di piangere.)
CAVALIERE: (Eh, se non vado via!). (Da sé.) Orsù, tenete. Queste sono due doppie. Godetele per amor mio… e compatitemi… (S’imbroglia.)
MIRANDOLINA (senza parlare, cade come svenuta sopra una sedia.)
CAVALIERE: Mirandolina. Ahimè! Mirandolina. È svenuta. Che fosse innamorata di me? Ma così presto? E perché no? Non sono io innamorato di lei? Cara Mirandolina… Cara? Io cara ad una donna? Ma se è svenuta per me. Oh, come tu sei bella! Avessi qualche cosa per farla rinvenire. Io che non pratico donne, non ho spiriti, non ho ampolle. Chi è di là? Vi è nessuno? Presto?… Anderò io. Poverina! Che tu sia benedetta! (Parte, e poi ritorna.)
MIRANDOLINA: Ora poi è caduto affatto. Molte sono le nostre armi, colle quali si vincono gli uomini. Ma quando sono ostinati, il colpo di riserva sicurissimo è uno svenimento. Torna, torna. (Si mette come sopra.)
CAVALIERE (torna con un vaso d’acqua.): Eccomi, eccomi. E non è ancor rinvenuta. Ah, certamente costei mi ama. (La spruzza, ed ella si va movendo.) Animo, animo. Son qui cara. Non partirò più per ora.

SCENA DICIOTTESIMA

Il Servitore colla spada e cappello, e detti.

SERVITORE: Ecco la spada ed il cappello. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Va via. (Al Servitore, con ira.)
SERVITORE: I bauli…
CAVALIERE: Va via, che tu sia maledetto.
SERVITORE: Mirandolina…
CAVALIERE: Va, che ti spacco la testa. (Lo minaccia col vaso; il Servitore parte.) E non rinviene ancora? La fronte le suda. Via, cara Mirandolina, fatevi coraggio, aprite gli occhi. Parlatemi con libertà.

SCENA DICIANNOVESIMA

Il Marchese ed il Conte, e detti.

MARCHESE: Cavaliere?
CONTE: Amico?
CAVALIERE: (Oh maldetti!). (Va smaniando.)
MARCHESE: Mirandolina.
MIRANDOLINA: Oimè! (S’alza.)
MARCHESE: Io l’ho fatta rinvenire.
CONTE: Mi rallegro, signor Cavaliere.
MARCHESE: Bravo quel signore, che non può vedere le donne.
CAVALIERE: Che impertinenza?
CONTE: Siete caduto?
CAVALIERE: Andate al diavolo quanti siete. (Getta il vaso in terra, e lo rompe verso il Conte ed il Marchese, e parte furiosamente.)
CONTE: Il Cavaliere è diventato pazzo. (Parte.)
MARCHESE: Di questo affronto voglio soddisfazione. (Parte.)
MIRANDOLINA: L’impresa è fatta. Il di lui cuore è in fuoco, in fiamme, in cenere. Restami solo, per compiere la mia vittoria, che si renda pubblico il mio trionfo, a scorno degli uomini presuntuosi, e ad onore del nostro sesso.
(Parte.)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera di Mirandolina con tavolino e biancheria da stirare.
Mirandolina, poi Fabrizio.

MIRANDOLINA: Orsù, l’ora del divertimento è passata. Voglio ora badare a’ fatti miei. Prima che questa biancheria si prosciughi del tutto, voglio stirarla. Ehi, Fabrizio.
FABRIZIO: Signora.
MIRANDOLINA: Fatemi un piacere. Portatemi il ferro caldo.
FABRIZIO: Signora sì. (Con serietà, in atto di partire.)
MIRANDOLINA: Scusate, se do a voi questo disturbo.
FABRIZIO: Niente, signora. Finché io mangio il vostro pane, sono obbligato a servirvi. (Vuol partire.)
MIRANDOLINA: Fermatevi; sentite: non siete obbligato a servirmi in queste cose; ma so che per me lo fate volentieri ed io… basta, non dico altro.
FABRIZIO: Per me vi porterei l’acqua colle orecchie. Ma vedo che tutto è gettato via.
MIRANDOLINA: Perché gettato via? Sono forse un’ingrata?
FABRIZIO: Voi non degnate i poveri uomini. Vi piace troppo la nobiltà.
MIRANDOLINA: Uh povero pazzo! Se vi potessi dir tutto! Via, via andatemi a pigliar il ferro.
FABRIZIO: Ma se ho veduto io con questi miei occhi…
MIRANDOLINA: Andiamo, meno ciarle. Portatemi il ferro.
FABRIZIO: Vado, vado, vi servirò, ma per poco. (Andando.)
MIRANDOLINA: Con questi uomini, più che loro si vuol bene, si fa peggio. (Mostrando parlar da sé, ma per esser sentita.)
FABRIZIO: Che cosa avete detto? (Con tenerezza, tornando indietro.)
MIRANDOLINA: Via, mi portate questo ferro?
FABRIZIO: Sì, ve lo porto. (Non so niente. Ora la mi tira su, ora la mi butta giù. Non so niente). (Da sé, parte.)

SCENA SECONDA

Mirandolina, poi il Servitore del Cavaliere.

MIRANDOLINA: Povero sciocco! Mi ha da servire a suo marcio dispetto. Mi par di ridere a far che gli uomini facciano a modo mio. E quel caro signor Cavaliere, ch’era tanto nemico delle donne? Ora, se volessi, sarei padrona di fargli fare qualunque bestialità.
SERVITORE: Signora Mirandolina.
MIRANDOLINA: Che c’è, amico?
SERVITORE: Il mio padrone la riverisce, e manda a vedere come sta!
MIRANDOLINA: Ditegli che sto benissimo.
SERVITORE: Dice così, che beva un poco di questo spirito di melissa, che le farà assai bene. (Le dà una boccetta d’oro.)
MIRANDOLINA: È d’oro questa boccetta?
SERVITORE: Sì signora, d’oro, lo so di sicuro.
MIRANDOLINA: Perché non mi ha dato lo spirito di melissa, quando mi è venuto quell’orribile svenimento?
SERVITORE: Allora questa boccetta egli non l’aveva.
MIRANDOLINA: Ed ora come l’ha avuta?
SERVITORE: Sentite. In confidenza. Mi ha mandato ora a chiamar un orefice, l’ha comprata, e l’ha pagata dodici zecchini; e poi mi ha mandato dallo speziale e comprar lo spirito.
MIRANDOLINA: Ah, ah,ah. (Ride.)
SERVITORE: Ridete?
MIRANDOLINA: Rido, perché mi manda il medicamento, dopo che son guarita del male.
SERVITORE: Sarà buono per un’altra volta.
MIRANDOLINA: Via, ne beverò un poco per preservativo. (Beve.) Tenete, ringraziatelo. (Gli vuol dar la boccetta.)
SERVITORE: Oh! la boccetta è vostra.
MIRANDOLINA: Come mia?
SERVITORE: Sì. Il padrone l’ha comprata a posta.
MIRANDOLINA: A posta per me?
SERVITORE: Per voi; ma zitto.
MIRANDOLINA: Portategli la sua boccetta, e ditegli che lo ringrazio.
SERVITORE: Eh via.
MIRANDOLINA: Vi dico che gliela portiate, che non la voglio.
SERVITORE: Gli volete fare quest’affronto?
MIRANDOLINA: Meno ciarle. Fate il vostro dovere. Tenete.
SERVITORE: Non occorr’altro. Gliela porterò. (Oh che donna! Ricusa dodici zecchini! Una simile non l’ho più ritrovata, e durerò fatica a trovarla). (Da sé, parte.)

SCENA TERZA

Mirandolina, poi Fabrizio.

MIRANDOLINA: Uh, è cotto, stracotto e biscottato! Ma siccome quel che ho fatto con lui, non l’ho fatto per interesse, voglio ch’ei confessi la forza delle donne, senza poter dire che sono interessate e venali.
FABRIZIO: Ecco qui il ferro. (Sostenuto, col ferro da stirare in mano.)
MIRANDOLINA: È ben caldo?
FABRIZIO: Signora sì, è caldo; così foss’io abbruciato.
MIRANDOLINA: Che cosa vi è di nuovo?
FABRIZIO: Questo signor Cavaliere manda le ambasciate, manda i regali. Il Servitore me l’ha detto.
MIRANDOLINA: Signor sì, mi ha mandato una boccettina d’oro, ed io gliel’ho rimandata indietro.
FABRIZIO: Gliel’avete rimandata indietro?
MIRANDOLINA: Sì, domandatelo al Servitore medesimo.
FABRIZIO: Perché gliel’avete rimandata indietro?
MIRANDOLINA: Perché… Fabrizio… non dica… Orsù, non parliamo altro.
FABRIZIO: Cara Mirandolina, compatitemi.
MIRANDOLINA: Via, andate, lasciatemi stirare.
FABRIZIO: Io non v’impedisco di fare…
MIRANDOLINA: Andatemi a preparare un altro ferro, e quando è caldo, portatelo.
FABRIZIO: Sì, vado. Credetemi, che se parlo…
MIRANDOLINA: Non dite altro. Mi fate venire la rabbia.
FABRIZIO: Sto cheto. (Ell’è una testolina bizzarra, ma le voglio bene). (Da sé, parte.)
MIRANDOLINA: Anche questa è buona. Mi faccio merito con Fabrizio d’aver ricusata la boccetta d’oro del Cavaliere. Questo vuol dir saper vivere, saper fare, saper profittare di tutto, con buona grazia, con pulizia, con un poco di disinvoltura. In materia d’accortezza, non voglio che si dica ch’io faccia torto al sesso. (Va stirando.)

SCENA QUARTA

Il Cavaliere e detta.

CAVALIERE: (Eccola. Non ci volevo venire, e il diavolo mi ci ha strascinato!. (Da sé, indietro.)
MIRANDOLINA: (Eccolo, eccolo). (Lo vede colla coda dell’occhio, e stira.)
CAVALIERE: Mirandolina?
MIRANDOLINA: Oh signor Cavaliere! Serva umilissima. (Stirando.)
CAVALIERE: Come state?
MIRANDOLINA: Benissimo, per servirla. (Stirando senza guardarlo.)
CAVALIERE: Ho motivo di dolermi di voi.
MIRANDOLINA: Perché, signore? (Guardandolo un poco.)
CAVALIERE: Perché avete ricusato una piccola boccettina, che vi ho mandato.
MIRANDOLINA: Che voleva ch’io ne facessi? (Stirando.)
CAVALIERE: Servirvene nelle occorrenze.
MIRANDOLINA: Per grazia del cielo, non sono soggetta agli svenimenti. Mi è accaduto oggi quello che mi è accaduto mai più. (Stirando.)
CAVALIERE: Cara mirandolina… non vorrei esser io stato cagione di quel funesto accidente.
MIRANDOLINA: Eh sì, ho timore che ella appunto ne sia stata la causa. (Stirando.)
CAVALIERE: Io? Davvero? (Con passione.)
MIRANDOLINA: Mi ha fatto bere quel maledetto vino di Borgogna, e mi ha fatto male. (Stirando con rabbia.)
CAVALIERE: Come? Possibile? (Rimane mortificato.)
MIRANDOLINA: È così senz’altro. In camera sua non ci vengo mai più. (Stirando.)
CAVALIERE: V’intendo. In camera mia non ci verrete più? Capisco il mistero. Sì, lo capisco. Ma veniteci, cara, che vi chiamerete contenta. (Amoroso.)
MIRANDOLINA: Questo ferro è poco caldo. Ehi; Fabrizio? se l’altro ferro è caldo, portatelo. (Forte verso la scena.)
CAVALIERE: Fatemi questa grazia, tenete questa boccetta.
MIRANDOLINA: In verità, signor Cavaliere, dei regali io non ne prendo. (Con disprezzo, stirando.)
CAVALIERE: Li avete pur presi dal Conte d’Albafiorita.
MIRANDOLINA: Per forza. Per non disgustarlo. (Stirando.)
CAVALIERE: E vorreste fare a me questo torto? e disgustarmi?
MIRANDOLINA: Che importa a lei, che una donna la disgusti? Già le donne non le può vedere.
CAVALIERE: Ah, Mirandolina! ora non posso dire così.
MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, a che ora fa la luna nuova?
CAVALIERE: Il mio cambiamento non è lunatico. Questo è un prodigio della vostra bellezza, della vostra grazia.
MIRANDOLINA: Ah, ah, ah. (Ride forte, e stira.)
CAVALIERE: Ridete?
MIRANDOLINA: Non vuol che rida? Mi burla, e non vuol ch’io rida?
CAVALIERE: Eh furbetta! Vi burlo eh? Via, prendete questa boccetta.
MIRANDOLINA: Grazie, grazie. (Stirando.)
CAVALIERE: Prendetela, o mi farete andare in collera.
MIRANDOLINA: Fabrizio, il ferro. (Chiamando forte, con caricatura.)
CAVALIERE: La prendete, o non la prendete? (Alterato.)
MIRANDOLINA: Furia, furia. (Prende la boccetta, e con disprezzo la getta nel paniere della biancheria.)
CAVALIERE: La gettate così?
MIRANDOLINA: Fabrizio! (Chiama forte, come sopra.)

SCENA QUINTA

Fabrizio col ferro, e detti.

FABRIZIO: Son qua. (Vedendo il Cavaliere, s’ingelosisce.)
MIRANDOLINA: È caldo bene? (Prende il ferro.)
FABRIZIO: Signora sì. (Sostenuto.)
MIRANDOLINA: Che avete, che mi parete turbato? (A Fabrizio, con tenerezza.)
FABRIZIO: Niente, padrona, niente.
MIRANDOLINA: Avete male? (Come sopra.)
FABRIZIO: Datemi l’altro ferro, se volete che lo metta nel fuoco.
MIRANDOLINA: In verità, ho paura che abbiate male. (Come sopra.)
CAVALIERE: Via, dategli il ferro, e che se ne vada.
MIRANDOLINA: Gli voglio bene, sa ella? È il mio cameriere fidato. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: (Non posso più). (Da sé, smaniando.)
MIRANDOLINA: Tenete, caro, scaldatelo. (Dà il ferro a Fabrizio.)
FABRIZIO: Signora padrona… (Con tenerezza.)
MIRANDOLINA: Via, via, presto. (Lo scaccia.)
FABRIZIO: (Che vivere è questo? Sento che non posso più). (Da sé, parte.)

SCENA SESTA

Il Cavaliere e Mirandolina.

CAVALIERE: Gran finezze, signora, al suo cameriere!
MIRANDOLINA: E per questo, che cosa vorrebbe dire?
CAVALIERE: Si vede che ne siete invaghita.
MIRANDOLINA: Io innamorata di un cameriere? Mi fa un bel complimento, signore; non sono di sì cattivo gusto io. Quando volessi amare, non getterei il mio tempo sì malamente. (Stirando.)
CAVALIERE: Voi meritereste l’amore di un re.
MIRANDOLINA: Del re di spade, o del re di coppe? (Stirando.)
CAVALIERE: Parliamo sul serio, Mirandolina, e lasciamo gli scherzi.
MIRANDOLINA: Parli pure, che io l’ascolto. (Stirando.)
CAVALIERE: Non potreste per un poco lasciar di stirare?
MIRANDOLINA: Oh perdoni! Mi preme allestire questa biancheria per domani.
CAVALIERE: Vi preme dunque quella biancheria più di me?
MIRANDOLINA: Sicuro. (Stirando.)
CAVALIERE: E ancora lo confermate?
MIRANDOLINA: Certo. Perché di questa biancheria me ne ho da servire, e di lei non posso far capitale di niente. (Stirando.)
CAVALIERE: Anzi potete dispor di me con autorità.
MIRANDOLINA: Eh, che ella non può vedere le donne.
CAVALIERE: Non mi tormentate più. Vi siete vendicata abbastanza. Stimo voi, stimo le donne che sono della vostra sorte, se pur ve ne sono. Vi stimo, vi amo, e vi domando pietà.
MIRANDOLINA: Sì signore, glielo diremo. (Stirando in fretta, si fa cadere un manicotto.)
CAVALIERE (leva di terra il manicotto, e glielo dà): Credetemi…
MIRANDOLINA: Non s’incomodi.
CAVALIERE: Voi meritate di esser servita.
MIRANDOLINA: Ah, ah, ah. (Ride forte.)
CAVALIERE: Ridete?
MIRANDOLINA: Rido, perché mi burla.
CAVALIERE: Mirandolina, non posso più.
MIRANDOLINA: Le vien male?
CAVALIERE: Sì, mi sento mancare.
MIRANDOLINA: Tenga il suo spirito di melissa. (Gli getta con disprezzo la boccetta.)
CAVALIERE: Non mi trattate con tanta asprezza. Credetemi, vi amo, ve lo giuro. (Vuol prenderle la mano, ed ella col ferro lo scotta.) Aimè!
MIRANDOLINA: Perdoni: non l’ho fatto apposta.
CAVALIERE: Pazienza! Questo è niente. Mi avete fatto una scottatura più grande.
MIRANDOLINA: Dove, signore?
CAVALIERE: Nel cuore.
MIRANDOLINA: Fabrizio. (Chiama ridendo.)
CAVALIERE: Per carità, non chiamate colui.
MIRANDOLINA: Ma se ho bisogno dell’altro ferro.
CAVALIERE: Aspettate… (ma no…) chiamerò il mio servitore.
MIRANDOLINA: Eh! Fabrizio… (Vuol chiamare Fabrizio.)
CAVALIERE: Giuro al cielo, se viene colui, gli spacco la testa.
MIRANDOLINA: Oh, questa è bella! Non mi potrò servire della mia gente?
CAVALIERE: Chiamate un altro; colui non lo posso vedere.
MIRANDOLINA: Mi pare ch’ella si avanzi un poco troppo, signor Cavaliere. (Si scosta dal tavolino col ferro in mano.)
CAVALIERE: Compatitemi… son fuori di me.
MIRANDOLINA: Anderò io in cucina, e sarà contento.
CAVALIERE: No, cara, fermatevi.
MIRANDOLINA: È una cosa curiosa questa. (Passeggiando.)
CAVALIERE: Compatitemi. (Le va dietro.)
MIRANDOLINA: Non posso chiamar chi voglio? (Passeggia.)
CAVALIERE: Lo confesso. Ho gelosia di colui. (Le va dietro.)
MIRANDOLINA: (Mi vien dietro come un cagnolino). (Da sé, passeggiando.)
CAVALIERE: Questa è la prima volta ch’io provo che cosa sia amore.
MIRANDOLINA: Nessuno mi ha mai comandato. (Camminando.)
CAVALIERE: Non intendo di comandarvi: vi prego. (La segue.)
MIRANDOLINA: Ma che cosa vuole da me? (Voltandosi con alterezza.)
CAVALIERE: Amore, compassione, pietà.
MIRANDOLINA: Un uomo che stamattina non poteva vedere le donne, oggi chiede amore e pietà? Non gli abbado, non può essere, non gli credo. (Crepa, schiatta, impara a disprezzar le donne). (Da sé, parte.)

SCENA SETTIMA

CAVALIERE (solo): Oh maledetto il punto, in cui ho principiato a mirar costei! Son caduto nel laccio, e non vi è più rimedio.

SCENA OTTAVA

Il Marchese e detto.

MARCHESE: Cavaliere, voi mi avete insultato.
CAVALIERE: Compatitemi, fu un accidente.
MARCHESE: Mi meraviglio di voi.
CAVALIERE: Finalmente il vaso non vi ha colpito.
MARCHESE: Una gocciola d’acqua mi ha macchiato il vestito.
CAVALIERE: Torno a dir, compatitemi.
MARCHESE: Questa è una impertinenza.
CAVALIERE: Non l’ho fatto apposta. Compatitemi per la terza volta.
MARCHESE: Voglio soddisfazione.
CAVALIERE: Se non volete compatirmi, se volete soddisfazione, son qui, non ho soggezione di voi.
MARCHESE: Ho paura che questa macchia non voglia andar via; questo è quello che mi fa andare in collera. (Cangiandosi.)
CAVALIERE: Quando un cavalier vi chiede scusa, che pretendete di più? (Con isdegno.)
MARCHESE: Se non l’avete fatto a malizia, lasciamo stare.
CAVALIERE: Vi dico, che son capace di darvi qualunque soddisfazione.
MARCHESE: Via, non parliamo altro.
CAVALIERE: Cavaliere malnato.
MARCHESE: Oh questa è bella! A me è passata la collera, e voi ve la fate venire.
CAVALIERE: Ora per l’appunto mi avete trovato in buona luna.
MARCHESE: Vi compatisco, so che male avete.
CAVALIERE: I fatti vostri io non li ricerco.
MARCHESE: Signor inimico delle donne, ci siete caduto eh?
CAVALIERE: Io? Come?
MARCHESE: Sì, siete innamorato…
CAVALIERE: Sono il diavolo che vi porti.
MARCHESE: Che serve nascondersi?…
CAVALIERE: Lasciatemi stare, che giuro al cielo ve ne farò pentire. (Parte.)

SCENA NONA

MARCHESE (solo): È innamorato, si vergogna, e non vorrebbe che si sapesse. Ma forse non vorrà che si sappia, perché ha paura di me; avrà soggezione a dichiararsi per mio rivale. Mi dispiace assaissimo di questa macchia; se sapessi come fare a levarla! Queste donne sogliono avere della terra da levar le macchie. (Osserva nel tavolino e nel paniere.) Bella questa boccetta! Che sia d’oro o di princisbech? Eh, sarà di princisbech: se fosse d’oro, non la lascerebbero qui; se vi fosse dell’acqua della regina, sarebbe buona per levar questa macchia. (Apre, odora e gusta.) È spirito di melissa. Tant’è tanto sarà buono. Voglio provare.

SCENA DECIMA

Dejanira e detto.

DEJANIRA: Signor Marchese, che fa qui solo? Non favorisce mai?
MARCHESE: Oh signora Contessa. Veniva or ora per riverirla.
DEJANIRA: Che cosa stava facendo?
MARCHESE: Vi dirò. Io sono amantissimo della pulizia. Voleva levare questa piccola macchia.
DEJANIRA: Con che, signore?
MARCHESE: Con questo spirito di melissa.
DEJANIRA: Oh perdoni, lo spirito di melissa non serve, anzi farebbe venire la macchia più grande.
MARCHESE: Dunque, come ho da fare?
DEJANIRA: Ho io un segreto per cavar le macchie.
MARCHESE: Mi farete piacere a insegnarmelo.
DEJANIRA: Volentieri. M’impegno con uno scudo far andar via quella macchia, che non si vedrà nemmeno dove sia stata.
MARCHESE: Vi vuole uno scudo?
DEJANIRA: Sì, signore, vi pare una grande spesa?
MARCHESE: È meglio provare lo spirito di Melissa.
DEJANIRA: Favorisca: è buono quello spirito?
MARCHESE: Prezioso, sentite. (Le dà la boccetta.)
DEJANIRA: Oh, io ne so fare del meglio. (Assaggiandolo.)
MARCHESE: Sapete fare degli spiriti?
DEJANIRA: Sì, signore mi diletto di tutto.
MARCHESE: Brava, damina, brava. Così mi piace.
DEJANIRA: Sarà d’oro questa boccetta?
MARCHESE: Non volete? È oro sicuro. (Non conosce l’oro del princisbech). (Da sé.)
DEJANIRA: È sua, signor Marchese?
MARCHESE: È mia, e vostra se comandate.
DEJANIRA: Obbligatissima alle sue grazie. (La mette via.)
MARCHESE: Eh! so che scherzate.
DEJANIRA: Come? Non me l’ha esibita?
MARCHESE: Non è cosa da vostra pari. È una bagattella. Vi servirò di cosa migliore, se ne avete voglia.
DEJANIRA: Oh, mi meraviglio. È anche troppo. La ringrazio, signor Marchese.
MARCHESE: Sentite. In confidenza. Non è oro. È princisbech.
DEJANIRA: Tanto meglio. La stimo più che se fosse oro. E poi, quel che viene dalle sue mani, è tutto prezioso.
MARCHESE: Basta. Non so che dire. servitevi, se vi degnate. (Pazienza! Bisognerà pagarla a Mirandolina. Che cosa può valere? Un filippo?). (Da sé.)
DEJANIRA: Il signor Marchese è un cavalier generoso.
MARCHESE: Mi vergogno a regalar queste bagattelle. Vorrei che quella boccetta fosse d’oro.
DEJANIRA: In verità, pare propriamente oro. (La tira fuori, e la osserva.) Ognuno s’ingannerebbe.
MARCHESE: È vero, chi non ha pratica dell’oro, s’inganna: ma io lo conosco subito.
DEJANIRA: Anche al peso par che sia oro.
MARCHESE: E pur non è vero.
DEJANIRA: Voglio farla vedere alla mia compagna.
MARCHESE: Sentite, signora Contessa, non la fate vedere a Mirandolina. È una ciarliera. Non so se mi capite.
DEJANIRA: Intendo benissimo. La fo vedere solamente ad Ortensia.
MARCHESE: Alla Baronessa?
DEJANIRA: Sì, sì, alla Baronessa. (Ridendo parte.)

SCENA UNDICESIMA

Il Marchese, poi il Servitore del Cavaliere.

MARCHESE: Credo che se ne rida, perché mi ha levato con quel bel garbo la boccettina. Tant’era se fosse stata d’oro. Manco male, che con poco l’aggiusterò. Se Mirandolina vorrà la sua boccetta, gliela pagherò, quando ne avrò.
SERVITORE (cerca sul tavolo): Dove diamine sarà questa boccetta?
MARCHESE: Che cosa cercate, galantuomo?
SERVITORE: Cerco una boccetta di spirito di melissa. La signora Mirandolina la vorrebbe. Dice che l’ha lasciata qui, ma non la ritrovo.
MARCHESE: Era una boccettina di princisbech?
SERVITORE: No signore, era d’oro.
MARCHESE: D’oro?
SERVITORE: Certo che era d’oro. L’ho veduta comprar io per dodici zecchini. (Cerca.)
MARCHESE: (Oh povero me!). (Da sé.) Ma come lasciar così una boccetta d’oro?
SERVITORE: Se l’è scordata, ma io non la trovo.
MARCHESE: Mi pare ancora impossibile che fosse d’oro.
SERVITORE: Era oro, gli dico. L’ha forse veduta V.E.?
MARCHESE: Io?… Non ho veduto niente.
SERVITORE: Basta. Le dirò che non la trovo. Suo danno. Doveva mettersela in tasca. (Parte.)

SCENA DODICESIMA

Il Marchese, poi il Conte.

MARCHESE: Oh povero Marchese di Forlipopoli! Ho donata una boccetta d’oro, che val dodici zecchini, e l’ho donata per princisbech. Come ho da regolarmi in un caso di tanta importanza? Se recupero la boccetta dalla Contessa, mi fo ridicolo presso di lei; se Mirandolina viene a scoprire ch’io l’abbia avuta, è in pericolo il mio decoro. Son cavaliere. Devo pagarla. Ma non ho danari.
CONTE: Che dite, signor Marchese, della bellissima novità?
MARCHESE: Di quale novità?
CONTE: Il Cavaliere Selvatico, il disprezzator delle donne, è innamorato di Mirandolina.
MARCHESE: L’ho caro. Conosca suo malgrado il merito di questa donna; veda che io non m’invaghisco di chi non merita; e peni e crepi per gastigo della sua impertinenza.
CONTE: Ma se Mirandolina gli corrisponde?
MARCHESE: Ciò non può essere. Ella non farà a me questo torto. Sa chi sono. Sa cosa ho fatto per lei.
CONTE: Io ho fatto per essa assai più di voi. Ma tutto è gettato. Mirandolina coltiva il Cavaliere di Ripafratta, ha usato verso di lui quelle attenzioni che non ha praticato né a voi, né a me; e vedesi che, colle donne, più che si sa, meno si merita, e che burlandosi esse di che le adora, corrono dietro a chi le disprezza.
MARCHESE: Se ciò fosse vero… ma non può essere.
CONTE: Perché non può essere?
MARCHESE: Vorreste mettere il Cavaliere a confronto di me?
CONTE: Non l’avete veduta voi stesso sedere alla di lui tavola? Con noi ha praticato mai un atto di simile confidenza? A lui biancheria distinta. Servito in tavola prima di tutti. Le pietanze gliele fa ella colle sue mani. I servidori vedono tutto, e parlano. Fabrizio freme di gelosia. E poi quello svenimento, vero o finto che fosse, non è segno manifesto d’amore?
MARCHESE: Come! A lui si fanno gl’intingoli saporiti, e a me carnaccia di bue, e minestra di riso lungo? Sì, è vero, questo è uno strapazzo al mio grado, alla mia condizione.
CONTE: Ed io che ho speso tanto per lei?
MARCHESE: Ed io che la regalava continuamente? Le ho fino dato da bere di quel vino di Cipro così prezioso. Il Cavaliere non avrà fatto con costei una minima parte di quello che abbiamo fatto noi.
CONTE: Non dubitate, che anch’egli l’ha regalata.
MARCHESE: Sì? Che cosa le ha donato?
CONTE: Una boccettina d’oro con dello spirito di melissa.
MARCHESE: (Oimè!) (Da sé.) Come lo avete saputo?
CONTE: Il di lui servidore l’ha detto al mio.
MARCHESE: (Sempre peggio. Entro in un impegno col Cavaliere). (Da sé.)
CONTE: Vedo che costei è un’ingrata; voglio assolutamente lasciarla. Voglio partire or ora da questa locanda indegna.
MARCHESE: Sì, fate bene, andate.
CONTE: E voi che siete un cavaliere di tanta riputazione, dovreste partire con me.
MARCHESE: Ma… dove dovrei andare?
CONTE: Vi troverò io un alloggio. Lasciate pensare a me.
MARCHESE: Quest’alloggio… sarà per esempio…
CONTE: Andremo in casa d’un mio paesano. Non ispenderemo nulla.
MARCHESE: Basta, siete tanto mio amico, che non posso dirvi di no.
CONTE: Andiamo, e vendichiamoci di questa femmina sconoscente.
MARCHESE: Sì, andiamo. (Ma come sarà poi della boccetta? Son cavaliere, non posso fare una malazione). (Da sé.)
CONTE: Non vi pentite, signor Marchese, andiamo via di qui. Fatemi questo piacere, e poi comandatemi dove posso, che vi servirò.
MARCHESE: Vi dirò. In confidenza, ma che nessuno lo sappia. Il mio fattore mi ritarda qualche volta le mie rimesse…
CONTE: Le avete forse da dar qualche cosa?
MARCHESE: Sì, dodici zecchini.
CONTE: Dodici zecchini? Bisogna che sia dei mesi, che non pagate.
MARCHESE: Così è, le devo dodici zecchini. Non posso di qua partire senza pagarla. Se voi mi faceste il piacere…
CONTE: Volentieri. Eccovi dodici zecchini. (Tira fuori la borsa.)
MARCHESE: Aspettate. Ora che mi ricordo, sono tredici. (Voglio rendere il suo zecchino anche al Cavaliere). (Da sé.)
CONTE: Dodici o tredici è lo stesso per me. Tenete.
MARCHESE: Ve li renderò quanto prima.
CONTE: Servitevi quanto vi piace. Danari a me non ne mancano; e per vendicarmi di costei, spenderei mille doppie.
MARCHESE: Sì, veramente è un’ingrata. Ho speso tanto per lei, e mi tratta così.
CONTE: Voglio rovinare la sua locanda. Ho fatto andar via anche quelle due commedianti.
MARCHESE: Dove sono le commedianti?
CONTE: Erano qui: Ortensia e Dejanira.
MARCHESE: Come! Non sono dame?
CONTE: No. Sono due comiche. Sono arrivati i loro comnpagni, e la favola è terminata.
MARCHESE: (La mia boccetta!). (Da sé.) Dove sono alloggiate?
CONTE: In una casa vicino al teatro.
MARCHESE: (Vado subito a ricuperare la mia boccetta). (Da se, parte.)
CONTE: Con costei mi voglio vendicar così. Il Cavaliere poi, che ha saputo fingere per tradirmi, in altra maniera me ne renderà conto. (Parte.)

SCENA TREDICESIMA

Camera con tre porte.

MIRANDOLINA (sola): Oh meschina me! Sono nel brutto impegno! Se il Cavaliere mi arriva, sto fresca. Si è indiavolato maledettamente. Non vorrei che il diavolo lo tentasse di venir qui. Voglio chiudere questa porta. (Serra la porta da dove è venuta.) Ora principio quasi a pentirmi di quel che ho fatto. È vero che mi sono assai divertita nel farmi correr dietro a tal segno un superbo, un disprezzator delle donne; ma ora che il satiro è sulle furie, vedo in pericolo la mia riputazione e la mia vita medesima. Qui mi convien risolvere quelche cosa di grande. Son sola, non ho nessuno dal cuore che mi difenda. Non ci sarebbe altri che quel buon uomo di Fabrizio, che in tal caso mi potesse giovare. Gli prometterò di sposarlo… Ma… prometti, prometti, si stancherà di credermi… Sarebbe quasi meglio ch’io lo sposassi davvero. Finalmente con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e la mia reputazione, senza pregiudicare alla mia libertà.

SCENA QUATTORDICESIMA

Il Cavaliere di dentro, e detta; poi Fabrizio.
Il Cavaliere batte per di dentro alla porta.

MIRANDOLINA: Battono a questa porta: chi sarà mai? (S’accosta.)
CAVALIERE: Mirandolina. (Di dentro.)
MIRANDOLINA: (L’amico è qui). (Da sé.)
CAVALIERE: Mirandolina, apritemi. (Come sopra.)
MIRANDOLINA: (Aprirgli? Non sono sì gonza). Che comanda, signor Cavaliere?
CAVALIERE: Apritemi. (Di dentro.)
MIRANDOLINA: Favorisca andare nella sua camera, e mi aspetti, che or ora son da lei.
CAVALIERE: Perché non volete aprirmi? (Come sopra.)
MIRANDOLINA: Arrivano de’ forestieri. Mi faccia questa grazia, vada, che or ora sono da lei.
CAVALIERE: Vado: se non venite, povera voi. (Parte.)
MIRANDOLINA: Se non venite, povera voi! Povera me, se vi andassi. La cosa va sempre peggio. Rimediamoci, se si può. È andato via? (Guarda al buco della chiave.) Sì, sì, è andato. Mi aspetta in camera, ma non vi vado. Ehi? Fabrizio. (Ad un’altra porta.) Sarebbe bella che ora Fabrizio si vendicasse di me, e non volesse… Oh, non vi è pericolo. Ho io certe manierine, certe smorfiette, che bisogna che caschino, se fossero di macigno. Fabrizio. (Chiama ad un’altra porta.)
FABRIZIO: Avete chiamato?
MIRANDOLINA: Venite qui; voglio farvi una confidenza.
FABRIZIO: Son qui.
MIRANDOLINA: Sappiate che il Cavaliere di Ripafratta si è scoperto innamorato di me.
FABRIZIO: Eh, me ne sono accorto.
MIRANDOLINA: Sì? Ve ne siete accorto? Io in verità non me ne sono mai avveduta.
FABRIZIO: Povera semplice! Non ve ne siete accorta! Non avete veduto, quando stiravate col ferro, le smorfie che vi faceva? La gelosia che aveva di me?
MIRANDOLINA: Io che opero senza malizia, prendo le cose con indifferenza. Basta; ora mi ha dette certe parole, che in verità, Fabrizio, mi hanno fatto arrossire.
FABRIZIO: Vedete: questo vuol dire perché siete una giovane sola, senza padre, senza madre, senza nessuno. Se foste maritata, non andrebbe così.
MIRANDOLINA: Orsù, capisco che dite bene; ho pensato di maritarmi.
FABRIZIO: Ricordatevi di vostro padre.
MIRANDOLINA: Sì, me ne ricordo.

SCENA QUINDICESIMA

Il Cavaliere di dentro e detti.
Il Cavaliere batte alla porta dove era prima.

MIRANDOLINA: Picchiano. (A Fabrizio.)
FABRIZIO: Chi è che picchia? (Forte verso la porta.)
CAVALIERE: Apritemi. (Di dentro.)
MIRANDOLINA: Il Cavaliere. (A Fabrizio.)
FABRIZIO: Che cosa vuole? (S’accosta per aprirgli.)
MIRANDOLINA: Aspettate ch’io parta.
FABRIZIO: Di che avete timore?
MIRANDOLINA: Caro Fabrizio, non so, ho paura della mia onestà. (Parte.)
FABRIZIO: Non dubitate, io vi difenderò.
CAVALIERE: Apritemi, giuro al cielo. (Di dentro.)
FABRIZIO: Che comanda, signore? Che strepiti sono questi? In una locanda onorata non si fa così.
CAVALIERE: Apri questa porta. (Si sente che la sforza.)
FABRIZIO: Cospetto del diavolo! Non vorrei precipitare. Uomini, chi è di là? Non ci è nessuno?

SCENA SEDICESIMA

Il Marchese ed il Conte dalla porta di mezzo, e detti.

CONTE: Che c’è? (Sulla porta.)
MARCHESE: Che rumore è questo? (Sulla porta.)
FABRIZIO: Signori, li prego: il signor Cavaliere di Ripafratta vuole sforzare quella porta. (Piano, che il Cavaliere non senta.)
CAVALIERE: Aprimi, o la getto abbasso. (Di dentro.)
MARCHESE: Che sia diventato pazzo? Andiamo via. (Al Conte.)
CONTE: Apritegli. (A Fabrizio.) Ho volontà per appunto di parlar con lui.
FABRIZIO: Aprirò; ma le supplico…
CONTE: Non dubitate. Siamo qui noi.
MARCHESE: (Se vedo niente niente, me la colgo). (Da sé.)
(Fabrizio apre, ed entra il Cavaliere.)
CAVALIERE: Giuro al cielo, dov’è?
FABRIZIO: Chi cercate, signore?
CAVALIERE: Mirandolina dov’è?
FABRIZIO: Io non lo so.
MARCHESE: (L’ha con Mirandolina. Non è niente). (Da sé.)
CAVALIERE: Scellerata, la troverò. (S’incammina, e scopre il Conte e il Marchese.)
CONTE: Con chi l’avete? (Al Cavaliere.)
MARCHESE: Cavaliere, noi siamo amici.
CAVALIERE: (Oimè! Non vorrei per tutto l’oro del mondo che nota fosse questa mia debolezza). (Da sé.)
FABRIZIO: Che cosa vuole, signore, dalla padrona?
CAVALIERE: A te non devo rendere questi conti. Quando comando, voglio esser servito. Pago i miei denari per questo, e giuro al cielo, ella avrà che fare con me.
FABRIZIO: V.S. paga i suoi denari per essere servito nelle cose lecite e oneste: ma non ha poi da pretendere, la mi perdoni, che una donna onorata…
CAVALIERE: Che dici tu? Che sai tu? Tu non entri ne’ fatti miei. So io quel che ho ordinato a colei.
FABRIZIO: Le ha ordinato di venire nella sua camera.
CAVALIERE: Va via, briccone, che ti rompo il cranio.
FABRIZIO: Mi meraviglio di lei.
MARCHESE: Zitto. (A Fabrizio.)
CONTE: Andate via. (A Fabrizio.)
CAVALIERE: Vattene via di qui. (A Fabrizio.)
FABRIZIO: Dico, signore… (Riscaldandosi.)
MARCHESE: Via.
CONTE: Via. (Lo cacciano via.)
FABRIZIO: (Corpo di bacco! Ho proprio voglia di precipitare). (Da sé, parte.)

SCENA DICIASSETTESIMA

Il Cavaliere, il Marchese ed il Conte.

CAVALIERE: (Indegna! Farmi aspettar nella camera?). (Da sé.)
MARCHESE: (Che diamine ha?). (Piano al Conte.)
CONTE: (Non lo vedete? È innamorato di Mirandolina).
CAVALIERE: (E si trattiene con Fabrizio? E parla seco di matrimonio?). (Da sé.)
CONTE: (Ora è il tempo di vendicarmi). (Da sé.) Signor Cavaliere, non conviene ridersi delle debolezze altrui, quando si ha un cuore fragile come il vostro.
CAVALIERE: Di che intendete voi di parlare?
CONTE: So da che provengono le vostre smanie.
CAVALIERE: Intendete voi di che parli? (Alterato, al Marchese.)
MARCHESE: Amico, io non so niente.
CONTE: Parlo di voi, che col pretesto di non poter soffrire le donne, avete tentato rapirmi il cuore di Mirandolina, ch’era già mia conquista.
CAVALIERE: Io? (Alterato, verso il Marchese.)
MARCHESE: Io non parlo.
CONTE: Voltatevi a me, a me rispondete. Vi vergognate forse d’aver mal proceduto?
CAVALIERE: Io mi vergogno d’ascoltarvi più oltre, senza dirvi che voi mentite.
CONTE: A me una mentita?
MARCHESE: (La cosa va peggiorando). (Da sé.)
CAVALIERE: Con qual fondamento potete voi dire?… (Il Conte non sa ciò che si dica). (Al Marchese, irato.)
MARCHESE: Ma io non me ne voglio impiciare.
CONTE: Voi siete un mentitore.
MARCHESE: Vado via. (Vuol partire.)
CAVALIERE: Fermatevi. (Lo trattiene per forza.)
CONTE: E mi renderete conto…
CAVALIERE: Sì, vi renderò conto… Datemi la vostra spada. (Al Marchese.)
MARCHESE: Eh via, acquietatevi tutti due. Caro Conte, cosa importa a voi che il Cavaliere ami Mirandolina?…
CAVALIERE: Io l’amo? Non è vero; mente chi lo dice.
MARCHESE: Mente? La mentita non viene da me. Non sono io che lo dico.
CAVALIERE: Chi dunque?
CONTE: Io lo dico e lo sostengo, e non ho soggezione di voi.
CAVALIERE: Datemi quella spada. (Al Marchese.)
MARCHESE: No, dico.
CAVALIERE: Siete ancora voi mio nemico?
MARCHESE: Io sono amico di tutti.
CONTE: Azioni indegne son queste.
CAVALIERE: Ah giuro al Cielo! (Leva la spada al Marchese, la quale esce col fodero.)
MARCHESE: Non mi perdete il rispetto. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: Se vi chiamate offeso, darò soddisfazione anche a voi. (Al Marchese.)
MARCHESE: Via; siete troppo caldo. (Mi dispiace…) (Da se, rammaricandosi.)
CONTE: Io voglio soddisfazione. (Si mette in guardia.)
CAVALIERE: Ve la darò. (Vuol levar il fodero, e non può.)
MARCHESE: Quella spada non vi conosce…
CAVALIERE: Oh maledetta! (Sforza per cavarlo.)
MARCHESE: Cavaliere, non farete niente…
CONTE: Non ho più sofferenza.
CAVALIERE: Eccola. (Cava la spada, e vede essere mezza lama.) Che è questo?
MARCHESE: Mi avete rotta la spada.
CAVALIERE: Il resto dov’è? Nel fodero non v’è niente.
MARCHESE: Sì, è vero; l’ho rotta nell’ultimo duello; non me ne ricordavo.
CAVALIERE: Lasciatemi provveder d’una spada. (Al Conte.)
CONTE: Giuro al cielo, non mi fuggirete di mano.
CAVALIERE: Che fuggire? Ho cuore di farvi fronte anche con questo pezzo di lama.
MARCHESE: È lama di Spagna, non ha paura.
CONTE: Non tanta bravura, signor gradasso.
CAVALIERE: Sì, con questa lama. (S’avventa verso il Conte.)
CONTE: Indietro. (Si pone in difesa.)

SCENA DICIOTTESIMA

Mirandolina, Fabrizio e detti.

FABRIZIO: Alto, alto, padroni.
MIRANDOLINA: Alto, signori miei, alto.
CAVALIERE: (Ah maledetta!). (Vedendo Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Povera me! Colle spade?
MARCHESE: Vedete? Per causa vostra.
MIRANDOLINA: Come per causa mia?
CONTE: Eccolo lì il signor Cavaliere. È innamorato di voi.
CAVALIERE: Io innamorato? Non è vero; mentite.
MIRANDOLINA: Il signor Cavaliere innamorato di me? Oh no, signor Conte, ella s’inganna. Posso assicurarla, che certamente s’inganna.
CONTE: Eh, che siete voi pur d’accordo…
MIRANDOLINA: Si, si vede…
CAVALIERE: Che si sa? Che si vede? (Alterato, verso il Marchese.)
MARCHESE: Dico, che quando è, si sa… Quando non è, non si vede.
MIRANDOLINA: Il signor cavaliere innamorato di me? Egli lo nega, e negandolo in presenza mia, mi mortifica, mi avvilisce, e mi fa conoscere la sua costanza e la mia debolezza. Confesso il vero, che se riuscito mi fosse d’innamorarlo, avrei creduto di fare la maggior prodezza del mondo. Un uomo che non può vedere le donne, che le disprezza, che le ha in mal concetto, non si può sperare d’innamorarlo. Signori miei, io sono una donna schietta e sincera: quando devo dir, dico, e non posso celare la verità. Ho tentato d’innamorare il signor Cavaliere, ma non ho fatto niente. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: (Ah! Non posso parlare). (Da sé.)
CONTE: Lo vedete? Si confonde. (A Mirandolina.)
MARCHESE: Non ha coraggio di dir di no. (A Mirandolina.)
CAVALIERE: Voi non sapete quel che vi dite. (Al Marchese, irato.)
MARCHESE: E sempre l’avete con me. (Al Cavaliere, dolcemente.)
MIRANDOLINA: Oh, il signor Cavaliere non s’innamora. Conosce l’arte. Sa la furberia delle donne: alle parole non crede; delle lagrime non si fida. Degli svenimenti poi se ne ride.
CAVALIERE: Sono dunque finte le lagrime delle donne, sono mendaci gli svenimenti?
MIRANDOLINA: Come! Non lo sa, o finge di non saperlo?
CAVALIERE: Giuro al cielo! Una tal finzione meriterebbe uno stile nel cuore.
MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, non si riscaldi, perché questi signori diranno ch’è innamorato davvero.
CONTE: Sì, lo è, non lo può nascondere.
MARCHESE: Si vede negli occhi.
CAVALIERE: No, non lo sono. (Irato al Marchese.)
MARCHESE: E sempre con me.
MIRANDOLINA: No signore, non è innamorato. Lo dico, lo sostengo, e son pronta a provarlo.
CAVALIERE: (Non posso più). (Da sé.) Conte, ad altro tempo mi troverete provveduto di spada. (Getta via la mezza spada del Marchese.)
MARCHESE: Ehi! la guardia costa denari. (La prende di terra.)
MIRANDOLINA: Si fermi, signor Cavaliere, qui ci va della sua riputazione. Questi signori credono ch’ella sia innamorato; bisogna disingannarli.
CAVALIERE: Non vi è questo bisogno.
MIRANDOLINA: Oh sì, signore. Si trattenga un momento.
CAVALIERE: (Che far intende costei?). (Da sé.)
MIRANDOLINA: Signori, il più certo segno d’amore è quello della gelosia, e chi non sente la gelosia, certamente non ama. Se il signor Cavaliere mi amasse, non potrebbe soffrire ch’io fossi d’un altro, ma egli lo soffrirà, e vedranno…
CAVALIERE: Di chi volete voi essere?
MIRANDOLINA: Di quello a cui mi ha destinato mio padre.
FABRIZIO: Parlate forse di me? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Sì, caro Fabrizio, a voi in presenza di questi cavalieri vo’ dar la mano di sposa.
CAVALIERE: (Oimè! Con colui? non ho cuor di soffrirlo). (Da sé, smaniando.)
CONTE: (Se sposa Fabrizio, non ama il Cavaliere). (Da sé.) Sì, sposatevi, e vi prometto trecento scudi.
MARCHESE: Mirandolina, è meglio un uovo oggi, che una gallina domani. Sposatevi ora, e vi do subito dodici zecchini.
MIRANDOLINA: Grazie, signori, non ho bisogno di dote. Sono una povera donna senza grazia, senza brio, incapace d’innamorar persone di merito. Ma Fabrizio mi vuol bene, ed io in questo punto alla presenza loro lo sposo…
CAVALIERE: Sì, maledetta, sposati a chi tu vuoi. So che tu m’ingannasti, so che trionfi dentro di te medesima d’avermi avvilito, e vedo sin dove vuoi cimentare la mia tolleranza. Meriteresti che io pagassi gli inganni tuoi con un pugnale nel seno; meriteresti ch’io ti strappassi il cuore, e lo recassi in mostra alle femmine lusinghiere, alle femmine ingannatrici. Ma ciò sarebbe un doppiamente avvilirmi. Fuggo dagli occhi tuoi: maledico le tue lusinghe, le tue lagrime, le tue finzioni; tu mi hai fatto conoscere qual infausto potere abbia sopra di noi il tuo sesso, e mi hai fatto a costo mio imparare, che per vincerlo non basta, no, disprezzarlo, ma ci conviene fuggirlo. (Parte.)

SCENA DICIANNOVESIMA

Mirandolina, il Conte, il Marchese e Fabrizio.

CONTE: Dica ora di non essere innamorato.
MARCHESE: Se mi dà un’altra mentita, da cavaliere lo sfido.
MIRANDOLINA: Zitto, signori zitto. È andato via, e se non torna, e se la cosa passa così, posso dire di essere fortunata. Pur troppo, poverino, mi è riuscito d’innamorarlo, e mi son messa ad un brutto rischio. Non ne vo’ saper altro. Fabrizio, vieni qui, caro, dammi la mano.
FABRIZIO: La mano? Piano un poco, signora. Vi dilettate d’innamorar la gente in questa maniera, e credete ch’io vi voglia sposare?
MIRANDOLINA: Eh via, pazzo! È stato uno scherzo, una bizzarria, un puntiglio. Ero fanciulla, non avevo nessuno che mi comandasse. Quando sarò maritata, so io quel che farò.
FABRIZIO: Che cosa farete?

SCENA ULTIMA

Il Servitore del Cavaliere e detti.

SERVITORE: Signora padrona, prima di partire son venuto a riverirvi.
MIRANDOLINA: Andate via?
SERVITORE: Sì. Il padrone va alla Posta. Fa attaccare: mi aspetta colla roba, e ce ne andiamo a Livorno.
MIRANDOLINA: Compatite, se non vi ho fatto…
SERVITORE: Non ho tempo da trattenermi. Vi ringrazio, e vi riverisco. (Parte.)
MIRANDOLINA: Grazie al cielo, è partito. Mi resta qualche rimorso; certamente è partito con poco gusto. Di questi spassi non me ne cavo mai più.
CONTE: Mirandolina, fanciulla o maritata che siate, sarò lo stesso per voi.
MARCHESE: Fate pure capitale della mia protezione.
MIRANDOLINA: Signori miei, ora che mi marito, non voglio protettori, non voglio spasimanti, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito…
FABRIZIO: Ma piano, signora…
MIRANDOLINA: Che piano! Che cosa c’è? Che difficoltà ci sono? Andiamo. Datemi quella mano.
FABRIZIO: Vorrei che facessimo prima i nostri patti.
MIRANDOLINA: Che patti? Il patto è questo: o dammi la mano, o vattene al tuo paese.
FABRIZIO: Vi darò la mano… ma poi…
MIRANDOLINA: Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me ti amerò sempre, sarai l’anima mia.
FABRIZIO: Tenete, cara, non posso più. (Le dà la mano.)
MIRANDOLINA: (Anche questa è fatta). (Da sé.)
CONTE: Mirandolina, voi siete una gran donna, voi avete l’abilità di condur gli uomini dove volete.
MARCHESE: Certamente la vostra maniera obbliga infinitamente.
MIRANDOLINA: Se è vero ch’io possa sperar grazie da lor signori, una ne chiedo loro per ultimo.
CONTE: Dite pure.
MARCHESE: Parlate.
FABRIZIO: (Che cosa mai adesso domanderà?). (Da sé.)
MIRANDOLINA: Le supplico per atto di grazia, a provvedersi di un’altra locanda.
FABRIZIO: (Brava; ora vedo che la mi vuol bene). (Da sé.)
CONTE: Sì, vi capisco e vi lodo. Me ne andrò, ma dovunque io sia, assicuratevi della mia stima.
MARCHESE: Ditemi: avete voi perduta una boccettina d’oro?
MIRANDOLINA: Sì signore.
MARCHESE: Eccola qui. L’ho ritrovata, e ve la rendo. Partirò per compiacervi, ma in ogni luogo fate pur capitale della mia protezione.
MIRANDOLINA: Queste espressioni mi saran care, nei limiti della convenienza e dell’onestà. Cambiando stato, voglio cambiar costume; e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera.

Fine della Commedia

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